venerdì 26 novembre 2021
martedì 3 agosto 2021
LA CANCELLAZIONE DELLA MEMORIA di Roberto Pecchioli
Se avessimo la capacità di elencare e descrivere tutte le modalità di decostruzione dell’umano in atto nella post modernità, dovremmo compilare un’enciclopedia senza fine. Il laboratorio per la distruzione, come lo chiamava l’antropologa Ida Magli, l’officina di Vulcano anti umana e transumana, lavora h.24, non va mai in ferie e si pone ogni giorno nuovi obiettivi, vincendo le sue ignobili battaglie per assenza di contraddittorio nell’Occidente in bilico tra il tramonto e la notte.
che chi ci espropria della memoria, chi atrofizza questo straordinario strumento di apprendimento, vita e conoscenza, sta agendo per distruggere una delle principali facoltà umane, cancellare una parte della nostra umanità e della nostra individualità. Abolire, manipolare, diminuire la memoria è dunque un crimine contro l’umanità e l’integrità della persona. Già Cicerone osservava che la “memoria diminuisce se non la tieni in esercizio”.
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| Manuel Castells, ministro dell'Università del governo spagnolo |
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| Dalla biblioteca.... |
diventa storia, deposito comune, cultura nel senso più ampio del termine. Contrordine: bastano un computer o uno smartphone e la perizia nella ricerca. L'era digitale diventa – banalmente – quella delle dita che battono sulla tastiera, guidate dalla memoria a breve termine, orientate dalla nuova Bibbia, il motore di ricerca che sceglie per noi, nasconde ciò che il Dominio disapprova o vuole celare e impone una patina di conoscenza immediata, superficiale e preordinata. La memoria a lungo termine diventa il deposito dell’obsoleto, dell’inutile, un cestino dei rifiuti da svuotare ogni giorno e chiudere per cessata attività. E’ l’impero di Google e della pagina iniziale di ogni ricerca, a cui si attiene oltre il novanta per cento degli utenti.
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| ...allo smartphone |
Esercitare la memoria, trattenere le “informazioni”, il cui destino è la rapida obsolescenza, sarebbe quindi un futile esercizio animale – da pappagallo- e la sapienza consisterebbe non nel padroneggiare le materie, ma nella perizia nel rintracciare i dati. Oltretutto, le ricerche su Internet, per avere un senso, devono essere sostenute da qualcosa che si sa già, che si è metabolizzato e inserito, con tanto di giudizio e spesso con fatica, nella cartella interiore che contiene tutti i file della MLT. Altro che pappagalli e merli parlanti. La memoria è il salvadanaio dello spirito, va custodita, alimentata, trattata con amorevole cura. Viene in mente un intellettuale comunista, Dario Fo, che la pensava assai diversamente da Castells. Nella rigida semplificazione marxista, scrisse che il padrone conosce mille parole e l’operaio trecento: perciò è il padrone. L’ignoranza va quindi contrastata con la conoscenza, e la cultura – di cui la memoria è un elemento decisivo- è l’unico valido ascensore sociale e la sola possibilità di vivere da uomini e non da automi servili. Una volta di più, la diabolica alleanza tra i padroni del mondo – che possiedono i canali di diffusione culturale e la tecnologia informatica che li amplifica- e l’intellettualità post marxista è la tenaglia che schiaccia popoli e individui. Il doppio binario dei decostruttori desta indignazione. Per la maggioranza, la memoria è e smantellata attraverso un’istruzione sempre più scadente, tra follie come la didattica a distanza (DAD) e scuole trasformate in fabbriche di diplomi e lauree. Gli altri, i predestinati a dirigere la società per censo, cooptazione e tradizione familiare, ricevono un’istruzione di ben altro livello in cui le materie abolite o sconsigliate alla massa (storia, geografia, filosofia, diritto, persino l’eloquenza) continuano a far parte del bagaglio intellettuale. La memoria non è un inutile orpello, ma il primo strumento della conoscenza. Abolire la memoria a favore dell’informazione spicciola, ridotta a “abstract”, l’estratto degli apparati informatici, è un’operazione profondamente classista, che riproduce e rafforza il potere di chi è padrone di tutto. Se ci esprimessimo con il linguaggio dei banditori della Memoria Informatica a Brevissimo Termine, diremmo che è “di destra”. Sapere è potere: inevitabilmente ha a che fare con lo studio, la fatica, la costanza, la memoria. Conoscete un fisico o un matematico che – con grande sforzo- non abbia memorizzato formule e teoremi, compresi in genere solo dopo averli faticosamente ritenuti nella memoria, interiorizzati? Si possono imparare le lingue con una passeggiata virtuale su Internet, oppure occorre la lenta elaborazione mnemonica delle regole grammaticali, sintattiche e lessicali? Da tempo si aborre lo studio a memoria di poesie e o passi letterari: doppio errore. Da un lato, si impedisce alla mente di allargarsi attraverso la fissazione nella MLT (che è sempre elaborazione individuale, non semplice processo automatizzato!) di eccellenze culturali, dall’altro si impedisce un esercizio che aumenta le nostre possibilità: la funzione crea l’organo. Il musicista, l’artista, ma anche l’artigiano e l’operaio, acquisiscono le loro abilità- manuali o intellettuali- attraverso un processo in cui la memoria ha un posto determinante, fino a diventare qualcosa di già dato, una sorta di automatismo figlio dell’accumulo di saperi, gesti, meccanismi introiettati nel tempo, fissati nella memoria. Il fondatore dell’antropologia filosofica Arnold Gehlen parlò di “esonero”, ovvero della capacità dell’uomo di liberarsi dall’ eccesso pulsionale attraverso la cultura L’esonero è l’onere da cui la nostra specie viene liberata acquisendo modalità di azione che selezionano che cosa fare e come farlo. Un agire esonerato diventa sicuro, stabilizzato, quasi istintivo; gli atti complessi vengono svolti pressoché in automatico- pensiamo alla guida di un automobilista esperto - permettendo l'impiego delle energie per scopi superiori, ad esempio guidare e insieme conversare con i compagni di viaggio. Senza memoria, non c’è esonero, ossia l’homo sapiens cessa progressivamente di essere tale. La nostra convinzione è che quello sia l’obiettivo finale del Dominio: di decostruzione in decostruzione, l’uomo diventa a sua volta meccanismo, attivato da remoto in base a riflessi condizionati e all’apprendimento di gesti strumentali eterodiretti. L’insegnante, il maestro di ieri, diventa un semplice istruttore dei comportamenti voluti dall’oligarchia, come utilizzare lo schermo e la tastiera degli apparati informatici per compiere qualsiasi atto, prendere ogni decisione, elaborare conoscenze da dimenticare in fretta in omaggio all’obsolescenza cara a pessimi maestri. La natura delle istruzioni impartite è lo specchio della volontà del potere teso a cambiare l’uomo attraverso la sua “denaturazione”, ossia l’allontanamento dalla natura e dalle facoltà che gli ha attribuito. Una è la memoria selettiva, che permette di conoscere, ricordare, compiere scelte autonome, possedere criteri di giudizio. Senza, siamo ostaggi di un falso sapere filtrato dai padroni della tecnologia, coloro che ordinano gli algoritmi attraverso i quali la rete (chi la controlla) distilla le conoscenze ammesse, le idee giuste e quelle proibite. Non c’è pensiero critico senza selezione dei contenuti e tale selezione è impossibile senza memoria. Fu straordinaria l’intuizione di George Orwell sul totalitarismo che impedisce il dissenso abolendo il linguaggio attraverso cui esso si esprime. Fare memoria significa ricordare eventi storici, trasmettere principi, fatti, idee. Anche l’arte è memoria: chiunque abbia uno spirito non addormentato avverte la differenza tra una cattedrale gotica e la triste chiesa- cubo dell’architetto alla moda Fuksas a Foligno. Quella simil-chiesa non sarebbe stata costruita se avessimo conservato la memoria dello spirito, l’idea che un edificio assolve una funzione e suscita dei sentimenti. Perdere la memoria significa dover accettare tutto e il suo contrario in nome dell’oggi e sulla base della volontà insindacabile dei padroni che l’hanno espropriata. Senza memoria, l’uomo è una tabula rasa, una lavagna che cancella mentre vi si scrive. Non esisterebbe la tradizione orale: nessuno ci avrebbe trasmesso Omero e tutte le culture avrebbero smarrito i loro fondamenti. Ecco perché l’operazione di asportazione della memoria – spacciata come cultura rinnovata in linea con i tempi – è un colossale imbroglio, un furto terribile a danno di tutti e di ciascuno, dei viventi e di chi nascerà in un mondo snaturato e smemorato. Il nostro destino non è Alexa, o Siri, suadenti voci virtuali, assistenti informatici che sostituiscono la vita reale. Sgomenta la plasticità, la docilità dell’uomo-gregge al nuovo destino. Ma già, anche Dante è fuori moda e nessuno ricorda più a memoria (“a pappagallo”) “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. La più grande creazione del pensiero astratto, diventata base pratica di ogni scienza, è la matematica. Senza la memoria, senza l’applicazione di geniali visionari non avremmo il numero, il calcolo, architrave della capacità di dominio sulla natura di cui andiamo tanto fieri. Ma anche l’esercizio del calcolo matematico è obsoleto: in pochi attimi, i problemi sono risolti in rete dall’apposito programma algoritmico, e la tragedia è dimenticare che ciò è possibile poiché qualcuno non ha “processato dati”, ma li ha immaginati, inventati, sottoposti a verifica, mandati a memoria e offerti al prossimo come patrimonio comune. Il signorino ignorante è soddisfatto di sé perché sa maneggiare alcuni apparati, ma ignora i fondamenti, le leggi, l’enorme accumulo di memoria, conoscenza, trasmissione che ne hanno reso possibile l’esistenza. La battaglia “per” la memoria è dunque una lotta tesa a conservare le capacità, le scintille divine che hanno reso homo sapiens sapiens la scimmia nuda e quasi priva di dotazione istintuale. Il declino della memoria, la sua sostituzione con il dispositivo rappresenta altresì la negazione della scienza e la vittoria della dipendenza dalla tecnica. Per ciascun uomo, la memoria è la miniera da cui scegliere e poi estrarre conoscenze e idee nei vari momenti della vita. La letteratura distopica ha prefigurato il raccapricciante mondo privato della memoria. Fahrenheit 451 descrive un tempo in cui compito dei pompieri è di bruciare i libri, il deposito di tutto ciò che è stato detto, fatto, vissuto, pensato. Il ribelle, Guy Montag, è colui che tradisce il suo ufficio e conserva, nei libri, la memoria. Nel Dio Thoth, Massimo Fini prefigura un mondo in cui esiste solo ciò che è diffuso dall’altoparlante del potere e nella biblioteca universale non si trova più l’Amleto di Shakespeare, ma solo riassunti o brevi citazioni, nascoste tra miliardi di dati inutili: la distopia della riduzione, il Bignami universale che nasconde e non spiega, il simulacro della memoria. Per lo psicologo cognitivo Alan Baddeley, studioso della memoria, essa è “la capacità di immagazzinare informazione e di avere accesso ad essa. Senza la memoria saremmo incapaci di vedere, udire e pensare. Non avremmo un linguaggio per esprimere la nostra situazione e di fatto neppure un senso della nostra identità personale. “Questa è la posta in palio, questo ci stanno rubando. Pure, accanto alla memoria, sussiste nell’uomo una spinta naturale alla selettività del ricordo, una necessità dell’oblio di ciò che diventa zavorra. Eugenio Montale chiedeva di dare tempo alla memoria per compiere il suo primo e più impellente ufficio: dimenticare. Per Jorge Luis Borges, la memoria, oltre un certo limite, è un dramma, un aspetto del labirinto della vita. Nel libro Finzioni vi è il racconto Funes o della memoria, la storia di un uomo la cui prodigiosa memoria gli permette di cogliere e rammentare ogni dettaglio di tutto ciò che lo circonda. Funes rammenta ogni cosa, ma non è in grado di formulare idee generali: registra solo particolari e non concetti compiuti. Questa condizione lo conduce all’isolamento, all’incomunicabilità e alla morte. “Sospetto che non fosse molto capace di pensare. Nel mondo sovraccarico di Funes, non c’erano che dettagli, quasi immediati”. E’ questa la grandezza dell’uomo: scegliere, accogliere e tralasciare, ricordare e dimenticare. Se la nostra condizione è il labirinto, l’esito di un uomo smemorato, dipendente dagli apparati e dall’attimo, è la mancanza di pensiero. Uguale e contrario al povero Ireneo Funes, “il memorioso”.
venerdì 4 giugno 2021
L'ANNO DEL PROCIONE, L'ERA DEL CONIGLIO di Roberto Pecchioli
In Cina, ogni anno è denominato simbolicamente attraverso gli animali. Il 2020 è stato l’anno del topo (il pipistrello di Wuhan altro non è che un topo con le ali…) mentre quello corrente è l’anno del bufalo. In Europa il 2020, anno primo dell‘era pandemica, è stato l’anno del procione. In una grande nazione europea, la Germania, il governo ha diffuso un video ufficiale relativo al Covid 19, diventato popolare anche nel resto d’Europa, ambientato in un lontano futuro, in cui la voce narrante è di un vecchio che racconta un’esperienza giovanile in forma di apologo.
“Era
l’inverno del 2020 quando tutti gli occhi del paese si rivolsero verso di noi.
Avevo appena compiuto ventidue anni, studiavo ingegneria a Chemnitz quando
arrivò la seconda ondata. Ventidue anni, l’età in cui vuoi far festa, studiare,
conoscere nuove persone e tutto il resto. Andare a bere con gli amici. Il fato
però aveva un piano diverso per noi. Un pericolo invisibile minacciava tutto
ciò in cui credevamo. Improvvisamente, il destino del paese fu nelle nostre
mani. Radunammo tutto il nostro coraggio e facemmo quello che ci si aspettava
da noi, l’unica cosa giusta da fare: niente. Assolutamente niente. Fummo pigri
come procioni. Notte e giorno abbiamo tenuto le chiappe a casa. È così che
abbiamo combattuto contro la diffusione del virus. Il divano era il nostro
fronte, la pazienza era la nostra arma. Sai, ogni tanto sorrido quando ripenso
a quel periodo. Quello fu il nostro destino. Così diventammo eroi. Nell’inverno
del coronavirus del 2020.”
Pigri come procioni, gli europei terminali diventano per questo “eroi”. Viene voglia di dare ragione a un altro tedesco, il drammaturgo comunista Bertolt Brecht: beato il popolo che non ha bisogno di eroi. Beninteso, se sono di questo tipo. Oblomov sul trono, l’immobilità come epopea, l’obbedienza come sfondo: “facemmo quello che ci si aspettava da noi “. Per riuscirci, dovettero ricorrere a “tutto il loro coraggio”. Tempo di procioni e di conigli, la paura eretta a virtù e la sequela dei padroni del gregge innalzata a modello di comportamento. Difficile immaginare un inno alla decadenza, alla mediocrità e al conformismo più potente del pistolotto “educativo” dell’ex ragazzo del 2020. Enorme il disprezzo diffuso per l’attività, il lavoro, l’impegno.
Il procione è l’eroe dei nostri giorni per la sua pigrizia, come il coniglio, con il suo timore, il nascondimento e l’indole imbelle diventa l’immagine di un’era che fa della paura, della pura sopravvivenza, un ideale positivo, addirittura un modello proposto ai giovani. E’ una malattia in più, non solo un effetto collaterale del Coronavirus: l’uomo-procione si sta ammalando di accidia, il settimo peccato capitale, il virus è sparso dall’alto, gli untori sono al potere. Il vero superlavoro non sarà dei virologi, ma degli psicoterapeuti alle prese con generazioni depresse, impaurite, confuse. Si resta esterrefatti per la coincidenza dei nuovi (dis)valori capovolti con la neolingua di Orwell: oggi la paura è coraggio, ieri “la verità è menzogna, l’ignoranza è forza, la guerra è pace”.
L’origine
della nostra civiltà è nel racconto del Genesi: Adamo, il primo ribelle, deve
procurarsi da vivere col sudore della fronte. Non si
tratta di un castigo, ma di una condizione antropologica. A un’attività che
sottopone a sforzi, pericoli ed impegno corrisponde un determinato sviluppo
cerebrale e morale. Allo stare sul divano ne corrisponde un altro, ben più
misero. Stiamo perdendo per sempre una generazione istupidita dallo stop
generalizzato, costretta sul divano davanti a uno schermo, passiva, mero recettore
di immagini, contenuti e idee elaborate altrove, privata della scuola e del
contatto con i coetanei – l’indispensabile “gruppo dei pari “- e con
l’educazione dei maestri. Più ignoranti, meno intelligenti e creativi, timorosi
della scoperta e dell’esperienza, diventati rischi da evitare. Giovani bloccati
e chiusi: colpevoli se affollano le strade della “movida” (che significa
esattamente movimento); definiti di volta in volta intollerabili, irrazionali,
ingiustificabili i loro “assembramenti” che non sono altro che volontà di vivere.
Spaventa la povertà del traguardo imposto. Rinserrato in casa, connesso a pc, smartphone
e televisione, l’uomo – e in particolare il giovane – è invitato non avere
altri obiettivi oltre alla tutela della salute. Il senso della vita diventa allontanare
la morte, l’indumento indispensabile è la maglia di lana.
Quali imprese, quali progetti,
immaginerà la generazione dei procioni, delle pecore e dei conigli? La
grandezza degli uomini e dei popoli sta nell’esempio, nell’adozione di modelli elevati
da imitare e superare. Se il modello è Oblomov l’immobile, il destino è
segnato, virus o non virus. C’è di più: è la prima volta il governo di una
grande nazione europea definisce coraggio il blocco, l’inazione, l’attesa passiva
di qualcosa di salvifico che sblocca la situazione. Tutto viene da “fuori”,
anche la fine del virus, per scomparsa, esaurimento o immunizzazione. Noi
aspettiamo, rinchiusi ma connessi. La relazione con l’esterno è la voce del
potere, il fischio del pastore, degli impresari del terrore. Ricordate il
vecchio logo di una casa discografica, il cane felice accanto a un grammofono
dalla cui tromba esce la voce del padrone?
Che uomini e donne si formeranno al
tempo del procione? Certo nessun eroe, pochi dissenzienti e ancor meno personalità
libere di cuore e di animo. La società che stanno creando – con la complicità
di un’epidemia che sempre più appare lo strumento gradito, se non provocato, di
un preciso progetto di ingegneria sociale – impedirà, almeno a medio termine,
qualsiasi cambio di direzione rispetto al cammino tracciato dall’alto, chiamato
Agenda 2030. Ogni popolo, affermò Joseph de Maistre, ha il governo che merita. Nessun vittimismo, nessun
destino cinico e baro. Nessun procione è mai andato al potere e ha cambiato il
mondo, il coniglio non organizza ribellioni.
Privato
di trascendenza e di destino, cancellata l’immaginazione, l’uomo-procione perde
la sua identità e la sovranità su se stesso. La parola d’ordine è accettare
tutto stando immobili, obbedire con lo stesso zelo con cui ieri si aborriva il divieto.
Quanto all’immaginazione al potere, chiusa per cessata attività: che cosa può
immaginare il procione, se non attendere il bollettino terroristico quotidiano
del virus, rabbrividire, chiudere a doppia mandata finestre e chiamare coraggio
la rinuncia a vivere? La parola d’ordine è accettare tutto senza avere in
cambio nulla che non sia la speranza della sopravvivenza biologica. Stanno
plasmando una generazione di zombie
impauriti, ma dimenticano che l’anima umana possiede una volontà e una
scintilla divina. Per quanto legioni di pompieri si impegnino a spegnerlo, un fuoco
tenace coverà anche sotto la cenere della tana dei procioni.
La
vita è un continuo rischio, una prova da superare ogni momento. Non si può
evitare il rischio così come non è possibile scansare indefinitamente il
dolore, altro incubo della società analgesica. La rimozione del pericolo, dell’incognito,
del dolore e della morte per costruire un Eldorado di
piacere, sonnolenza e tranquillità restano sogni impossibili: l’immunità che
esigiamo è immaginaria. Anche il procione, ignaro eroe dei giorni nostri, alla
fine muore. La vita non è una malattia: trascorrerla nel liquido amniotico, a
debita distanza dal prossimo, non ci renderà immortali. E’ sicuramente troppo
riuscire a far sì che “ciò su cui non possiamo nulla, nulla possa su di noi”, arduo
programma esistenziale a cui esortava Julius Evola, ma è vero quanto fa dire
Shakespeare a Giulio Cesare: chi ha paura muore mille volte, chi ha coraggio
una sola.
Questa
incredibile sottocultura della bambagia e della protezione ad ogni costo ha
trovato la sua fata turchina, tedesca come i teorici dell’uomo-procione: è la presidente della Commissione Europea, Ursula Von
der Leyen, che distilla ovvietà con il tono pensoso di chi enuncia verità
ultime e arcane. Stiamo entrando in un’era delle pandemie e anche dopo il Covid
il rischio resta, ecco il geniale apoftegma di Ursula, matrigna e padrona
premurosa degli europei regrediti a procioni. Malattie e pandemie ci sono
sempre state, è ragionevole immaginare che sì, il rischio sanitario resterà un compagno
inseparabile della vicenda umana. Sempre ci fu la paura, ma non diventò mai
scenario alimentato dal potere. Oggi domina chi riesce a terrorizzare le masse
sino a istituire una sorta di potere delle fobie, “fobocrazia”. I virus – ben
più letali del Covid 19- hanno
accompagnato ogni epoca, ma è la prima volta che la stravolgono nella pratica e
nell’essenza, pur avendo oggi l’umanità strumenti più
potenti per combatterli. La signora Von der Leyen- maschera da fata turchina e condotta da Crudelia
Demon- semina panico calcolato ai procioni di ogni età seduti in poltrona per
decreto.
Se “il rischio
resta”, vaccino o no, immunizzazione di gregge o meno, non si tornerà alla
“normalità” di ieri. Ad ascoltarli restando svegli, non assopiti nella tana, i
superiori parlano chiaro. L’ incubo virale rimarrà e, attraverso la dolce
signora della Commissione Ue, l’oligarchia ci offre la sua “protezione”. Non è
lo stesso atteggiamento della mafia nei confronti di coloro a cui estorce il
pizzo? La loro protezione passa per il nostro silenzio e la riduzione a conigli
impauriti. La leva è la stessa della criminalità organizzata: la paura. Potere
del panico, fobocrazia in cui domina chi diffonde, alimenta e gestisce il
timore di massa. L’apocalisse durerà a tempo indeterminato perché così hanno
deciso in alto loco: che bello- per chi sta lassù- un mondo di procioni in
maschera!
Immunità di gregge rinforzata da mascherina
Chi vive nel panico non ragiona, obbedisce in
nome della pellaccia. E’ la fifa, la vecchia fifa. Il potere lo sa e spegne con
secchi d’acqua gelata il fuoco della speranza generata dai vaccini. La tecnica
non è nuova: creare paura, diffondere ansia, minacciare e poi in qualche misura
tranquillizzare. Il poliziotto buono e quello cattivo. Chi ha seminato il
veleno, possiede l’antidoto, ma esige sottomissione. Studia da quasi un secolo
le tecniche di persuasione di massa, ha elaborato strategie di dominio
raffinatissime, in fondo facili da mettere in pratica, se si possiede o
controlla l’istruzione, la cultura e si impone, come si dice dopo Lyotard, la
“narrazione”.
Le regole del
controllo sociale sono note: Noam Chomsky ne ha elencate dieci. La prima è la
strategia della distrazione – la possiamo anche definire dell’ignoranza
pianificata- e consiste nel deviare l’attenzione dai cambiamenti decisi dalle élites
economiche e tecnologiche e messi in pratica dal sottostante livello politico, inondando
il pubblico di informazioni insignificanti o addirittura false, credute per
ripetizione. Essenziale è creare problemi, per offrire poi le soluzioni, che
devono essere invocate ed introiettate con un sospiro, inevitabili e
necessarie. Ci si deve rivolgere la pubblico come a dei bambini – o a dei
procioni – per determinare una reazione infantile, facilmente controllabile e
manipolabile. Si deve usare il registro
emotivo, non invitare alla riflessione, provocare un cortocircuito di istinti che
allontani l’analisi razionale. L’uso del registro emotivo permette di aprire la
porta dell’inconscio per impiantarvi idee, desideri e paure e timori. 
La Fabbrica dei diritti
Occorre mantenere la gente nella mediocrità che
impedisce di comprendere, perfino di sospettare l’esistenza di tecniche e i
metodi per il controllo e la dominazione. Indurre ad essere volgari, stupidi ed
ignoranti- procioni addormentati- è un’altra delle tecniche del potere, che
rafforza la colpevolizzazione di sé. Il procione è responsabile delle sue
disgrazie: non è rimasto abbastanza fermo, non si è “distanziato”
sufficientemente, non ha seguito a dovere le istruzioni diffuse a reti
unificate. Senza azione, peraltro, non c’è rivoluzione, o almeno dissenso
organizzato. Nessun cambiamento è mai stato provocato da popolazioni chiuse tra
le mura domestiche. L’ultima regola di
Chomsky è una constatazione: il potere ci conosce assai meglio di quanto noi
stessi ci conosciamo. Questo è ancora
più vero al tempo della sorveglianza digitale, della profilazione e della
predittività dei comportamenti attraverso l’uso delle tecnologie informatiche e
dalla generalizzazione di modelli matematici sempre più sofisticati.
Adolescenti in trappola
Ha una certa importanza anche l’introduzione di
concetti come la cosiddetta piramide di Maslow. Lo psicologo statunitense Abraham Maslow
teorizzò una gerarchia di bisogni o necessità posti su cinque livelli
crescenti. Il potere ha lavorato con grande successo per intrappolare la
stragrande maggioranza degli esseri umani nei due livelli di base; la
soddisfazione dei bisogni fisiologici (fame, sete e simili) e i bisogni di
salvezza, sicurezza e protezione. Viene progressivamente estirpata la parte più
nobile della natura umana, che richiede appartenenza, affetto, identificazione,
e, sempre più su, stima, prestigio, successo e autorealizzazione.
All’animale
bastano i bisogni alla base della piramide: per questo dall’alto hanno diffuso
il modello del procione. Lo stesso
Chomsky, ben prima dell’attuale crisi, osservò che “se guardiamo ciò che succede nella nostra
società da alcuni decenni, ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva
alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose che ci avrebbero fatto orrore venti,
trenta o quarant’anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e
oggi ci disturbano solo leggermente o lasciano indifferenti gran parte delle
persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle
libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura,
alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente e inesorabilmente
con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute”.
L’accelerazione
impressa da febbraio 2020, inizio dell’era virale, è impressionante. Abbiamo
ancora la capacità di accorgercene e reagire o- per restare alle metafore zoologiche-
la rana è bollita a puntino e non è più in grado di saltare fuori dalla
pentola? Dalla risposta dipende il successo della nostra riduzione a plebe
animalizzata in cattività. Da uomini a procioni.
sabato 27 febbraio 2021
C'E' UNA STRADA NEL BOSCO di Roberto Pecchioli
Se non ora, quando? E’ urgente, indispensabile, organizzare un forte contrattacco culturale nei confronti del Grande Reset, dell’egemonia della correttezza politica, dell’arroganza vittimista degli indignati e degli offesi. Occorre fermare e invertire la cancellazione di una civiltà- la nostra- che ha tremila anni; contrastare la narrazione liberista e la riduzione del mondo a monopolio privato di pochi giganteschi gruppi finanziari, economici e tecnologici. Vasto programma, ma non esiste alternativa. O si muore soffocati o si esce dal guscio. Il problema è enorme: da che parte andare, quali principi difendere, a quali interessi, ceti e gruppi sociali rivolgerci?
Poeticamente abita l’uomo,
sosteneva Martin Heidegger. Lì dove cresce il pericolo cresce
anche ciò che salva, scrisse Friedrich Hölderlin. Iniziamo la
riflessione con un verso sciolto della poetessa Alda Merini: “il verme non
sceglie mai di vivere in una mela marcia. Sceglie sempre di far marcire una
mela sana. “C’è già, in nuce, il
discrimine tra amico e nemico. L’amico è colui che sa di vivere in un campo di
mele marce. Il compito, titanico, è
salvare gli alberi e i frutti ancora sani e su di essi ricostruire. Se crediamo di essere immersi nella “notte del
mondo”, dobbiamo avere il coraggio di insorgere e di battere strade nuove. Le vecchie
sono ostruite o crollate.
Anche i segnavia sono cancellati, non resta che farsi strada in un bosco
marcito per il lavorio incessante dei vermi. C’è una strada nel bosco fu una
splendida canzone nata sotto i bombardamenti del 1943, inno di vitalità e
speranza. Quando tutto è negato e la verità è scossa dalle fondamenta, è alla
verità che occorre aggrapparsi ed incalzare il nemico, ripartendo dai fondamenti.
Rifiutare l’imbroglio del politicamente corretto che scinde il linguaggio dalla
verità. La neve è bianca, i sessi sono due, il bene e il male esistono, ci sono
un padre e una madre, l’erba è verde in primavera. Solo la verità rende liberi,
e la libertà è la grande riconquista a cui tendere.
Impoverimento, intrusione del biopotere nella sfera intima,
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| Reset = Cancellazione |
sorveglianza, distruzione della civiltà, capovolgimento dei principi e dei significati, il male al posto del bene, la menzogna al potere, uniti con l’impoverimento materiale, la distruzione della speranza in milioni di cuori. Reset significa cancellazione, dovremmo fare più attenzione alle parole. Non ci si può limitare ad opporsi a questa o quella politica, ma costruire un fronte tra i non garantiti di oggi e di domani, poiché il grande reset concentrerà ulteriormente potere, conoscenza e redditi verso l’alto, schiacciando la libertà, diffondendo miseria e proibendo il dissenso.
La metafora della mela
fu utilizzata da Tommaso d’Aquino in una lezione: se non credete che questa è
una mela, ammonì, uscite dall’aula. Nella notte del mondo, una mela è un
cocomero o qualunque altra cosa, se il dispositivo del potere così decide. Per noi, la mela resta una mela, anche se la
legge degli uomini accecati prescrive il contrario. C’è una strada nel bosco,
ma bisogna avere il coraggio, prima, di “passare al bosco”, nel senso indicato
da Ernst Junger, diventare ribelli, smettere di confidare nel sistema o
immaginare che sia possibile riformarlo dall’interno. L’egemonia del verme,
padrone della mela, ci contagerà, come ha fatto con troppi altri prima di noi.
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| Il potere del seme |
Gettare semi, piantare alberi richiede fiducia nel futuro e una grande generosità: inevitabilmente i frutti saranno colti da un’altra generazione. L’obiettivo è riprendere l’egemonia perduta, recuperare l’anima, il cervello, il senso comune conquistato dal nemico. Per riuscirci, è essenziale la lezione di Antonio Gramsci. E’ arduo indicare come modello qualcuno di cui non si condividono gli obiettivi, ma è impossibile individuare, nel deserto del pensiero tradizionale, maestri di strategia migliori dell’intellettuale sardo, il cui concetto di
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| Gramsci, maestro di strategia |
egemonia oltrepassa lo scopo per cui venne teorizzato. L’egemonia culturale è la chiave per conquistare e mantenere il dominio politico e sociale attraverso il consenso.
Lasciamo
da parte i motivi per cui è stata perduta e concentriamoci sul fatto che non
abbiamo combattuto, né in difesa né in attacco, abbiamo subito per generazioni
l’iniziativa di chi era interessato a “decostruire”, far marcire la mela. Abbiamo
abbandonato senza reagire le casematte del potere. Una lezione gramsciana è che
la classe dominante può evitare scontri pericolosi realizzando rivoluzioni
passive, il metodo dell’”americanismo”. La lezione è stata applicata dalle élite
neoliberali, che hanno volto a proprio vantaggio il Sessantotto, la rivoluzione
sessuale, il femminismo, la secolarizzazione.
“La
supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come
direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi
avversari che tende a liquidare o a sottomettere”. Le culture di ispirazione non
marxista e liberalprogressista sono – oggi più che mai – dominate, in via di
sottomissione. E’ impossibile anche attribuire loro un nome. Quando si alleano
con i dominanti non sono che burattini o semplici esecutori di direttive imposte
dall’alto.
La
vittoria postuma di Gramsci sta nel fatto che ha ispirato una duratura classe
di intellettuali, alcuni dei quali sono diventati dirigenti politici. L’esatto
contrario della tattica inconcludente della “destra”. Una formula gramsciana è
l’importanza delle categorie di pessimismo dell'intelligenza e ottimismo della
volontà. Realismo, capacità di attendere e di fare passi indietro, ma ferrea
concentrazione sull’obiettivo, cambiare l’ordine esistente. Un altro segnavia
sono le tesi del linguista George Lakoff sull’importanza della metafora. Le
metafore sono costruzioni concettuali centrali nello sviluppo del pensiero,
delle credenze e dei convincimenti. Il
sistema concettuale nei cui termini pensiamo e agiamo ha natura essenzialmente
metaforica. Per Lakoff esistono metafore distinte nelle menti dei conservatori
e dei progressisti. Questi mostrano interesse a quelli che chiama “valori di
sostegno”, l’educazione, la custodia e la cura – in generale di segno femminile
- gli altri prediligono il fascino della bellezza e della certezza morale.
Politiche identiche sono razionalizzate in modo diverso in base alla prevalenza
dell’una o dell’altra metafora.
Abbiamo
accumulato un ritardo drammatico, che la capacità di utilizzare i nuovi media
non ha colmato. Quell’abilità ha costituito un campanello d’allarme presso
l’avversario, che sta precipitosamente chiudendo tutti i canali di
comunicazione in cui si era attivamente inserito il pensiero alternativo. Siamo
all’anno zero e la strada nel bosco dovrà essere tracciata con le sole nostre
forze, senza mappe, nell’ indifferenza e nel sarcasmo supponente non dei
nemici, ma di chi, a livello politico, dovrebbe supportarci. I cani latrano, la
carovana passa. Per passare, tuttavia, la carovana deve aprirsi la strada. Di
fronte all'egemonia culturale, al predominio schiacciante dei mass media e alla capacità di stabilire
la struttura mentale della maggioranza del progressismo, non abbiamo ancora
trovato le armi concettuali, la forza del discorso, la vis attrattiva, i registri emotivi che consentono di ingaggiare la
battaglia contro un nemico formidabile.
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Su questioni come la teoria del genere, l'approccio al cambiamento climatico, la difesa dell’ambiente, l'aborto, l'istruzione, la bioetica, ma anche sui temi della finanza, dell’economia monopolistica, della precarizzazione sociale, dello smantellamento delle identità spirituali , nazionali e politiche, delle libertà conculcate dalla tecnologia e dalla sorveglianza, della riduzione della persona a materiale plasmabile e compravendibile, l’ erosione della dimensione pubblica e statuale, dell’attacco allo stato di diritto, della decadenza delle istituzioni elettive, siamo pressoché ininfluenti.
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| L'ircocervo cinese |
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Non
resta che il paziente lavoro di costruzione della strada nel bosco. La chiusura della mente
fa sì che manchino le parole per il pensiero critico. Se esiste un pensiero che
tende a farsi unico, il primo modo di farsi strada è pensare altrimenti. I regimi totalitari hanno sempre
ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle
parole. Pensare altrimenti significa parlare altrimenti: rigettare il
linguaggio politicamente corretto, la neolingua che impone di scindere la
verità – quello che vediamo, il giudizio che ne diamo – dalla sua
rappresentazione verbale. I padroni delle parole sono i padroni del mondo;
bisogna contendere loro i significati, rammentando la lezione di George Orwell
sui totalitarismi: la verità è
menzogna, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è
forza. E’ una scelta strategica del potere espropriare le masse delle parole,
allontanarle dalla conoscenza, riempirle di “diritti” nella sfera pulsionale, orientarle
all’ irresponsabilità a vantaggio della comodità. Combattere la guerra delle
parole è la prima battaglia di chi passa al bosco.
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| Liberismo = Totalitarismo |
In
Elogio dell’appartenenza (Passaggio al bosco, 2020) sottolineavamo la necessità
di ritornare comunità. Appartenere è bisogno primario dell’uomo. “In ogni
comunità vi è sempre qualcosa, un principio, un luogo, una storia, una credenza
collettiva a cui è attribuito un carattere superiore, trascendente. E’ un
recinto sacro, il tempio che contiene quanto di più prezioso possieda quella
comunità. Il tempio è importante, intangibile, superiore a tutto perché è
patrimonio comune indisponibile.” E’ sacro perché non è in vendita. La comunità
è il luogo i cui valori non sono compravendibili, nel quale si praticano la
gratuità e la solidarietà, in cui non si misura in denaro.
La censura
esercitata dal potere culturale progressista al servizio della cupola economica
e tecnologica, crea un paradossale sistema
di valori vuoti di significato. Lo scrittore francese Lèon Werth esortava
ad appartenere a una civiltà, non a una tribù: "Mi devo a una civiltà. Non
ho altro modo di vestirmi. Non posso uscire completamente nudo". L’obiettivo
del nemico è lasciarci nudi e poveri: di diritti, di principi, di libertà. Ma
non si è civiltà se non esiste qualcosa che lega; di qui l’importanza di
rilanciare comunità e identità, ciò che unisce e differenzia in un mondo in cui
tutto è equivalente, quindi irrilevante. Le nazioni muoiono, sostituite da
megacorporazioni con diritto di vita e di morte. La sottomissione avviene
attraverso la chiusura mentale e spirituale. Il Nuovo Ordine si è disfatto
dell’illusione democratica e ha preso il controllo delle nostre vite. Dunque,
la strada nel bosco deve contenere un forte appello alla libertà, intesa come
partecipazione, padronanza di noi stessi. La libertà non è il diritto del più
forte e nessuna idea può essere vietata.
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| La cultura non uccide |
Siamo chiamati alla resistenza, non all’opposizione. Impoverimento, precarietà esistenziale, competizione sfrenata, l’Altro come nemico e concorrente, intrusione del biopotere nella sfera intima, sorveglianza, distruzione della civiltà. Non ci si può limitare a contrastare questa o quella politica, ma fondare un radicale antagonismo. Nessuna destra, nessuna sinistra, ma un fronte, un’alleanza tra i non garantiti di oggi e di domani. I segni sono sinistri: diritti fondamentali derogati, stretta sulla mobilità, imposizione della didattica a distanza e del telelavoro. Erano prontissimi e hanno agito senza indugio. Ci siamo lasciati sorprendere; hanno chiuso fabbriche, uffici, negozi, scuole. E poi musei, biblioteche, cinema e teatri: la cultura contagia. Siamo a un tornante della storia. L’egemonia perduta si ricostruisce tracciando segnavia, indicazioni lungo il sentiero per riconoscerlo. Armati di picca, pala e passione, ribelliamoci e organizziamoci.













