sabato 27 marzo 2021

IL VACCINO E' SICURO. LO DICE L'EMA di Rino Tartaglino

Da quando è iniziata la storia del coronavirus arrivato dalla Cina, l’aspetto sanitario si è subito intrecciato con gli interessi politici dei governanti e gli interessi economici delle imprese farmaceutiche. I governanti con tutta una serie di informazioni ripetitive hanno suscitato il panico tra i cittadini obbligandoli a tutta una serie di restrizioni con la promessa salvifica del vaccino come unica fonte di salvezza. Quando alcuni dottori hanno proposto delle cure efficaci da applicare a pazienti da casa, il ministero della Salute non si è attivato per far applicare queste terapie che avrebbero potuto evitare il ricovero ospedaliero. Il discorso è semplice si puntava tutto sul vaccino. Le imprese farmaceutiche hanno affrettato il loro lavoro per produrre i vaccini prima che il virus cessasse di essere operante. Intanto, gli Stati hanno stipulato contratti per prourarsi le dosi da somministrare ai propri cittadini. Per gli Stati aderenti all’Unione europea a provvedere agli acquisti è stata questa istituzione con vari contratti con molte clausole segretate, probabilmente per esentare le imprese farmaceutiche da ogni responsabilità. Le consegne sono un po’ ritardate ma prima o poi i vaccini arriveranno. Adesso il problema è obbligare la gente a vaccinarsi. Quindi, si cerca di imporre l’obbligo e magari un patentino che permette ai possessori di andare ovunque mentre ai non vaccinati, tutta una serie di restrizioni. Poi alcuni giorni fa alcuni Stati e poi la Germania bloccano le vaccinazioni col siero di AstraZeneca avendo riscontrato casi di trombosi a seguito della iniezione con quel prodotto. La sospensione era stata decisa in 13 paesi dell’Unione Europea tra i quali anche l’Italia. Dopo tre giorni l’EMA (l’Agenzia Europea del Farmaco) dà il via libera al vaccino anti-Covid Astrazeneca dopo il fermo cautelativo. «Il vaccino non è legato a rischio trombosi», ha perciò detto sicura la direttrice dell’EMA Emer Cooke. Addirittura i casi di trombosi registrati dopo la somministrazione del vaccino Astrazeneca, in proporzione «sono inferiori» a quelli registrati tra la popolazione non vaccinata. Stessa posizione espressa dalla casa farmaceutica: a noi – dicono - sono arrivate segnalazioni di 37 casi di trombosi su oltre 17 milioni di vaccini eseguiti. Come si spiega che da una parte si neghi qualsiasi relazione causa-effetto tra vaccino AstraZeneca e trombosi e dall’altro si chieda ad AstraZeneca di aggiornare il foglietto illustrativo specificando questi rischi? Si spiega con la politica. Dopo le centinaia di milioni di euro investiti dai paesi europei e le decine di milioni di dosi già acquistate dai governi, per non parlare dei 150 miliardi di dollari di ricavi previsti per le industrie farmaceutiche (come riporta il Corriere della Sera), era assolutamente scontato che desse l'approvazione in tre giorni. Nonostante la competizione tra le case farmaceutiche e quella tra stati che utilizzano i vaccini come mezzo politico a tutti conviene dire che il vaccino AstraZeneca è sicuro per non inficiare il dogma del vaccino come soluzione obbligata. Quanto ai cittadini la verità completa non la conosceranno mai e in un modo o nell’altro finiranno per essere quasi tutti vaccinati.


sabato 6 marzo 2021

CHI HA PAURA DI CRISTOFORO COLOMBO? Di Mario Bozzi Sentieri

Possono  permettersi l’Europa e l’Occidente in generale, a cominciare dagli Stati Uniti,  di fare letteralmente a pezzi la propria Storia ? La domanda sta al fondo della recente querelle, tutta americana, sulla crociata, capitanata dalla leader della Camera, la democratica Nancy Pelosi,  contro i monumenti  che ricordano alcuni eroi  confederati della Guerra Civile, ma ancor più – per quel che ci riguarda direttamente – per l’epurazione delle immagini e del ricordo di Cristoforo Colombo:  Los Angeles cancella il Columbus Day,  a Yonkers è stata decapitata una statua del grande navigatore, mentre è stata richiesta la rimozione della statua di Colombo all’angolo sud ovest di Central Park, nel cuore di New York. 

Siamo evidentemente all’inizio di un inquietante processo revisionistico. La   data della Scoperta, il dodici ottobre, si avvicina e  le polemiche aumentano, con tratti paradossali. Los Angeles non ha infatti solo deciso di abolire il prossimo Columbus Day, quanto anche di sostituirlo con una commemorazione “delle popolazioni indigene, aborigene e native vittime del genocidio commesso dal navigatore italiano”. 

Colombo responsabile di tutti i massacri avvenuti, dopo la sua scoperta, sul suolo americano ? Francamente è troppo.

Perciò va chiesto  qualcosa di più che qualche estemporanea polemica giornalistica in difesa di uno dei simboli dell’italianità. Che cosa ne pensano le autorità italiane, governo compreso ? E la Chiesa Cattolica, che nei secoli ha fatto del grande navigatore uno dei paladini della cristianità ? Non era del resto un caso che la sua ammiraglia  fosse  intitolata a “Santa Maria”  e che tutta l’iconografia colombiana sia segnata dalla croce piantata al momento dello sbarco…  Pio IX e Leone XIII hanno perfino  provato a farlo Santo …

Ed ora invece eccoci qui a doverci vergognare per un’appartenenza così rilevante da essere stata contesa a Genova, nel corso degli anni,  da decine di città e perfino di nazioni diverse.  Oggi Colombo deve essere sentito  come un segno dell’orgoglio italiano e come il simbolo di un’identità spirituale su cui ancora si gioca il destino del Vecchio e del Nuovo Mondo.

Senza complessi d’inferiorità. Senza falsificazioni. Senza semplificazioni storiche. 

Torre formata da 119 teschi di uomini,
donne e bambini in un sito azteco

Giusto un mese fa, nel sottosuolo di  Città de Messico, è stata scoperta una  vera e propria "torre" fatta da teschi umani che  ha sollevato nuove domande sulla cultura dei sacrifici umani nell'Impero Azteco dopo il ritrovamento anche di migliaia crani appartenuti a donne e bambini tra le centinaia ritrovati nel sito archeologico.

Nella rincorsa all’indietro si vogliono  “celebrare” anche gli imperi sanguinari dell’era precolombiana ? E che dire dei responsabili diretti (Colombo fu oggettivamente inconsapevole delle conseguenze della sua scoperta)  dei massacri dei nativi  ?  La ragione vera dell’odio iconoclasta nei confronti del grande navigatore è che  Colombo fa paura, tanto è politicamente e culturalmente scorretto rispetto alla vulgata corrente, al facile pietismo storiografico, ad un terzo mondismo becero, ad un pensiero tanto debole da apparire evanescente.

Al fondo il solito complesso d’inferiorità della cultura occidentale, sempre pronta  a chiedere perdono, senza ragione e senza ragioni sostanziali.  Di fronte al  Tribunale della Storia Colombo non ha niente da farsi perdonare. E noi con lui. 

 

                                                                                        

martedì 2 marzo 2021

L'ACCOGLIENZA DELLO STRANIERO SECONDO SAN TOMMASO D'AQUINO di Alberto Rosselli

San Tommaso d’Aquino nella I-II della Somma Teologica (q. 98-105) studia la Legge del Vecchio Testamento. Egli distingue tre tipi di precetti:

1°) i precetti morali (q. 100), che appartengono alla Legge naturale e durano per sempre;

2°) i precetti cerimoniali (q. 101), che riguardano il culto divino del Vecchio Testamento e terminano completamente con la nascita del sacerdozio della Nuova ed Eterna Alleanza, della quale essi sono un’ombra e una prefigura;

3°) i precetti legali o giudiziali, che riguardano la giustizia nei rapporti degli uomini tra di loro e che anch’essi nel loro insieme vengono rimpiazzati dalla Nuova ed Eterna Alleanza, tranne qualche loro principio, che essendo una specificazione del Decalogo permane ancor oggi vero, giusto e attuale ed è stato ripreso e perfezionato dalla Nuova Alleanza (q. 105).

La legge giudiziale:

La Legge giudiziale dell’Antico Testamento (S. Th., I-II, q. 104, a. 1, in corpore) è uno sviluppo del Decalogo riguardante l’ambito civile e criminale, per cui alcuni precetti di essa conservano ancor oggi il loro valore giuridico e legale. Essa legifera sui rapporti degli uomini tra di loro, sui loro doveri e contiene dei precetti giusti. Quindi anche se rimpiazzata e perfezionata dal Nuovo Testamento la Legge giudiziale dell’Antico Testamento mantiene alcuni precetti di giustizia e verità e, perciò, può aiutarci a risolvere il problema dell’accoglienza indiscriminata di tutti i profughi che sbarcano sulle nostre coste.

San Tommaso e l’accoglienza

Parlando dell’accoglienza dei forestieri l’Angelico fa delle considerazioni che oggi, con l’immigrazione di centinaia di migliaia di musulmani nel nostro Paese (si parla di cinque milioni di islamici residenti in Italia), risultano ancora attuali e ci possono insegnare qualcosa di buono. L’Angelico nella Somma Teologica (I-II, q. 105, a. 3) spiega che “con gli stranieri ci possono essere due tipi di rapporto: l’uno di pace, l’altro di guerra” (in corpore). Egli porta l’esempio degli ebrei che nella Vecchia Alleanza avevano tre occasioni per vivere in modo pacifico con gli stranieri:

1°) quando gli stranieri passavano nel loro territorio come viandanti;

2°) quando gli stranieri emigravano nella Terra santa per abitarvi come forestieri; in questi due casi la Legge giudiziale imponeva precetti di misericordia: “Non affliggere lo straniero” e “Non darai molestia allo straniero”;

3°) quando degli stranieri volevano passare totalmente nella collettività degli ebrei, nel loro rito e nella loro religione.

In questo terzo caso si procedeva con ordine. Innanzi tutto non li si accoglieva subito come compatrioti e correligionari. Aristotele insegnava che “si possono considerare come cittadini solo quelli che iniziarono ad essere presenti nella Nazione ospitante a partire dal loro nonno” (Politica, libro III, capitolo 1, lezione 1). Questo terzo punto è quello che più ci interessa. Infatti accogliendo gli stranieri e non avendo essi ancora un forte amore del bene pubblico della Nazione che li ospita, potrebbero nuocere alla Nazione. Perciò sono considerati come cittadini integrati solo gli stranieri di terza generazione, ossia insediati nella Nazione a partire dal nonno.

Attualità di alcuni princìpi giudiziali dell’Antico Testamento:

Questa è una delle parti ancora attuali della Legge giudiziale, che ci può chiarire le idee sull’accoglienza dei musulmani, i quali sbarcano a frotte in Italia e vi si insediano. Accogliere milioni di musulmani che non vogliono integrarsi potrebbe nuocere alla Nazione. Il cardinal Biffi nel 1999 disse che se l’Europa non fosse ridiventata cristiana sarebbe stata islamizzata. In questo caso gli insegnamenti dell’Angelico ci consiglierebbero di non accogliere gli immigrati subito come compatrioti e specialmente correligionari, anche perché oggi essi sono molto fermi nell’osservanza della religione islamica e non hanno nessuna voglia di integrarsi (con delle eccezioni che confermano la regola) nella cultura e religione nostra, ma anzi le detestano e vorrebbero distruggerle. Purtroppo gli uomini di Chiesa pensano e agiscono in maniera diametralmente opposta ai consigli dati da S. Tommaso. È chiaro che per l’Angelico si può permettere agli stranieri, che sono di passaggio nella Nazione (se sono pacifici e se si integrano nella cultura e nella religione del Paese che li accoglie), di restarvi.

Vim vi repellitur:

Ma se sono ostili, come le orde di musulmani che invadono l’Italia in primis e l’Europa intera in secundis per conquistarle all’islam, allora vale la legittima difesa, che porta la Nazione invasa a respingere lo straniero, che è un ingiusto aggressore: “vim vi repellere licet / è lecito respingere la forza con la forza”.

Legislazione sulla guerra:

La Legge giudiziale stabilisce anche precetti ragionevoli in rapporto alla guerra con gli stranieri. Il Deuteronomio (XX, 40) comanda che prima di attaccar guerra si offra la pace agli stranieri e di usare moderazione in caso di vittoria, risparmiando donne e bambini. Risolvendo la seconda obiezione l’Angelico cita Aristotele (Politica, libro III, capitolo 3, lezione 4), il quale spiega che si può diventare cittadini di una Nazione in due maniere:

a) in senso assoluto e totalmente, quando lo straniero di terza generazione si è integrato nella Nazione ed ha la capacità di partecipare alla vita pubblica di essa cercandone il bene comune;

b) in senso relativo quanto agli stranieri che non sono in grado di trattare le cose che interessano la comunità e di cercarne il bene comune temporale.

Conclusione:

Ora in Italia ci troviamo invasi da cinque milioni di maomettani che non si integrano né civilmente né religiosamente e non vogliono farlo anche perché l’Europa odierna offre loro uno spettacolo poco decente. E siccome l’islam è una religione conquistatrice con la spada e non col Corano non è difficile prevedere che un giorno anche l’Italia potrebbe fare la fine della Siria, dell’Iraq, della Tunisia e della Libia. Purtroppo la debole Europa non è in grado di competere con l’islam aggressivo e combattente. Quindi periremo se Dio non fa un miracolo, come è successo a Lepanto nel 1570 e a Vienna nel 1681. Il guaio è che sono soprattutto i Pastori della Chiesa cattolica a favorire l’accoglienza indiscriminata degli stranieri musulmani.

domenica 28 febbraio 2021

LA CRISI D'IDENTITA' DELL'OCCIDENTE di Dionisio di Francescantonio

L’Occidente trae il carattere che lo distingue dal resto del mondo dalla nozione di universalità che gli conferisce il cristianesimo. Già Roma aveva aperto la strada a questo concetto col proposito di consentire la cittadinanza romana a chiunque si identificasse nei suoi principi e nelle sue leggi, ma il cristianesimo estende all’infinito l’idea d’una società intrinsecamente universale con la speranza della salvezza eterna. Tale speranza, con l’avvento di Cristo, non è più il privilegio riservato a un popolo eletto come quello ebraico, ma la promessa offerta all’umanità intera, per cui tutti gli uomini, indipendentemente dalla razza di appartenenza e dalla cultura di provenienza, possono, attraverso un atto di volontà e di fede, farsi arbitri del proprio destino. Per molti secoli la diffusione del cristianesimo è stata sinonimo d’emancipazione e la condizione essenziale per una rapida fuoriuscita di intere popolazioni dalla barbarie, al punto che il cammino dell’intera Europa viene identificato con l’introduzione del battesimo, atto rituale di grande effetto simbolico ma soprattutto dal formidabile significato identitario. In tal modo l’Occidente, nel corso del suo cammino, ha assunto dimensioni universali, globali, cosmopolite, ma paradossalmente ha perduto, strada facendo, la propria anima, il proprio cosmo interiore, divenendo in un certo senso estraneo a se stesso. Questo perché, nello scorcio più recente del suo percorso storico, l’Occidente ha contratto un virus pernicioso e destabilizzante che l’ha portato alla negazione di sé, al disprezzo della sua peculiarità.

La nostra cultura ci rammenta costantemente che le nostre radici, la nostra memoria, la nostra fonte di verità e di principio risiedono nella cristianità, quella cristianità che a sua volta ha trovato alimento e continuità culturale nell’humus fecondo e vitalissimo del pensiero ellenico e del diritto romano. Ma il mondo occidentale, travolto dal postulato illuminista, dal cosiddetto trionfo della ragione e dallo scientismo ad oltranza, ha voluto strapparsi di dosso la sua dimensione spirituale e l’armatura di fede cristiana che ne rappresenta l’approdo più elevato e la custodia etico-umanistica. La dialettica sviluppatasi internamente al pensiero dell’Occidente, quella dialettica pervenuta con Hegel, Marx e Nietzche a negare alla religione ogni verità culturale e morale, ha finito per cancellare il cristianesimo dall’universo del pensiero occidentale opponendogli una concezione politica configurante lo Stato ateistico, una concezione realizzatasi storicamente nelle inevitabili versioni totalitarie del comunismo e del nazismo. L’uomo dell’Occidente ha presunto di fare a meno della divinità affidandosi alla propria ragione e alle (presunte) illimitate possibilità della scienza e della tecnica scaturite dal suo ingegno, dimenticando però che negando la dimensione del divino si finisce per negare anche quella dell’umano, come dimostrano, per l’appunto, i totalitarismi sanguinari e fratricidi in cui la logica degli umanesimi assoluti lo ha portato a impantanarsi per tutto il Novecento. E la nostra contemporaneità si aggira ancora lungo un percorso che, muovendo da tali premesse superomiste, ha allevato generazioni di individui dediti all’irrazionale solipsismo della ragione assolutizzata e prive d’ogni trascendente finalità, impegnate quindi in un inconsistente e vano gioco esistenziale dove il nulla diventa l’unico orizzonte possibile. Questa condizione si chiama nichilismo; e questa è la malattia dell’Occidente, il virus pernicioso che essa cova tuttora al proprio interno.

La negazione di sé che affligge l’Occidente si riflette nell’attuale incapacità di far proseliti propria del cristianesimo per effetto della profonda crisi di identità a cui è pervenuta la stessa Chiesa cristiana, fenomeno paradossale d’una religione nata per la salvezza di tutti gli uomini che oggi pone limiti alla sua affermazione e non offre più, alle altre culture, quella che prima era un’autentica scorciatoia per affrancarsi dalle proprie condizioni di arretratezza e approdare così alla piena comprensione della mentalità moderna, le cui conquiste di civiltà – dalla libertà individuale alla democrazia politica, dall’emancipazione della donna allo stato di diritto universalmente inteso – sono  frutto del lungo cammino compiuto dalla civiltà Occidentale sotto l’impulso universalistico e cosmopolita del cristianesimo. Sta di fatto che l’Occidente non è più capace di pensare alla propria storia come a un fattore di verità e di civiltà, di merito e di gloria. La sua verità è negletta, misconosciuta, negata dalla stessa coscienza dell’Occidente. E’ come se lo spirito dell’Occidente fosse stato estirpato dal suo proprio essere e non riuscisse più a riconoscersi. E questo accade perché il grande successo civile e morale della cultura occidentale, vale a dire la possibile armonia dei popoli del mondo all’insegna dell’affermazione dei diritti civili e della reciproca tolleranza, viene bollata, dai cascami della cultura superomista,  postmarxiana e nichilista, come sopraffazione nei confronti delle parzialità culturali opposte alla nostra e definita, sdegnosamente, come la pretesa eurocentrica o occidentocentrica di dominare gli altri. Oggi poi, con l’affermazione dilagante di un capitalismo spurio e bastardo, non più fondato sullo spirito d’impresa ma sulla finanza globalista e multiculturalista che impone un concetto di mega mercato teso a uccidere l’industria tradizionale sostituendola con la digitalizzazione e la robotica, il nichilismo diffuso dai nemici della civiltà occidentale è divenuto il terreno ideale per attuare gli scopi del globalismo che vuole uccidere le identità parziali, il radicamento comunitario e il concetto stesso di patria per imporre un umanesimo snaturato privo di senso morale e di valori religiosi. Neppure la prospettiva della distruzione delle conquiste di progresso materiale e sociale dei paesi occidentali e l’avvento di una dittatura mondialista è sufficiente a far rivedere le posizioni di questa corrente di pensiero già causa di tante rovine per l’Occidente e ancor oggi, nonostante i suoi clamorosi fallimenti storici, così attiva nel minarne la sicurezza e l’orgoglio identitario.

Alla fin fine, quindi, il vero problema dell’Occidente è quello di liberarsi dalla negazione di sé che le ideologie assolutistiche hanno introdotto nel suo sentimento morale, perché una civiltà che non sia fiera di se stessa, che rinneghi la sua storia di civiltà e le ragioni che l’hanno originata, alimenta una malattia mortale: la caduta dell’orgoglio delle sue origini, la perdita della propria memoria e quindi l’oblio di sé. Questo è il maggior pericolo dell’Occidente: di procedere verso il futuro di civiltà che esso ha reso possibile negando il valore del proprio passato e la forza spirituale e morale della religione da cui quel passato trae origine. L’Occidente deve affrontare una volta per sempre i suoi errori ed orrori, soprattutto quelli compiuti all’insegna dell’assolutismo ateista, riesaminandoli e rimeditandoli a fondo onde snidare il veleno autodistruttivo che quel pensiero deviato ha disseminato nella sua coscienza, così da espellerlo radicalmente da sé e tornare finalmente a volgersi con orgoglio e fierezza alle sue origini per ritrovare le proprie radici, quelle radici che affondano nel sostrato culturale vigoroso e fertilizzante prodotto dall’ellenismo, dalla romanità e dall’ebraismo, e fecondato fino all’apice delle sue possibilità promotrici ed effusive dall’afflato vivificatore della cristianità. Solo così potrà lottare contro la sfida globalista, divenuta oggi una minaccia di tirannide assai più grave di quelle affermatesi nel Novecento.

sabato 27 febbraio 2021

LE AFFINITA' TRA COMUNISMO E NAZISMO di Dionisio di Francescantonio

L’alleanza tra Stalin e Hitler non fu dettata solo da esigenze di strategia politico-militare, ma da un’intesa più profonda tra i due dittatori, da individuare nell’affinità ideologica dei due sistemi da essi incarnati.

Il periodo in cui Stalin e Hitler erano alleati è stato sempre accuratamente oscurato dalla propaganda comunista (soprattutto, in Occidente, ad opera dei partiti affiliati, come in Italia il Pci), agevolata in tale compito dal fatto che la resistenza sovietica all’invasione tedesca abbia contribuito in misura considerevole alla disfatta dell’armata hitleriana. Ma l’intesa tra i due dittatori, nata su un disegno di spartizione del mondo basato sulla volontà di scatenare la guerra tra i principali paesi capitalisti in modo da indebolirli per poi sopraffarli e dividersene le spoglie, si ruppe solo perché Stalin pretendeva l’annessione di territori come quello della Turchia orientale, dell’Iran e dell’Irak in modo da assicurarsi il controllo del petrolio mediorientale, una parte dello scacchiere internazionale che Hitler aveva già deciso di assicurare alla Germania. Per ottenere l’accordo coi nazisti Stalin non aveva esitato a fare carta straccia della sua politica d’implacabile opposizione al fascismo avviata a metà degli anni Trenta, mentre Hitler rinfoderava il livore mostrato contro il bolscevismo ricordando che, in definitiva, i suoi veri nemici erano i sostenitori del sistema borghese, mentre nel movimento nazionalsocialista gli estremi potevano congiungersi e trovare accordo e armonia accogliendo sia gli operai provenienti dalla sinistra che gli ufficiali e gli studenti provenienti dalla destra, e aggiungendo che era un vero peccato che le due fazioni spesso si contrapponessero l’una all’altra in scontri di piazza. D’altronde è probabile che le affinità per così dire sotterranee tra le due dittature, al di là delle differenze di facciata, non sfuggissero ai due principali attori della loro realizzazione. Stalin non faceva mistero della sua elevata opinione di Hitler, di cui ammirava l’estrema spregiudicatezza e crudeltà nei metodi di lotta politica, forse perché erano molto simili ai suoi. Per esempio, quando vi fu la famosa “Notte dei lunghi coltelli”, in cui Hitler fece eliminare fisicamente una parte ingente dei dirigenti del Partito nazista considerati non più affidabili per i suoi scopi, il commento di Stalin fu: “Che tipo in gamba, Hitler! Sa come trattare gli avversari politici”. Dall’altra parte, Hitler non smise mai di elogiare l’economia pianificata di Stalin, indubbiamente perché anch’egli concepiva il nazismo (che, diversamente dal bolscevismo, non poté sviluppare fino in fondo il suo percorso storico-politico perché interrotto dall’energica reazione dei paesi capitalisti e dell’URSS stessa alla sua aggressione militare) come l’affermazione del Partito-stato anche col pieno controllo del potere economico, oltre che di quello politico. Egli si era spinto addirittura a sostenere che i comunisti, a differenza dei socialdemocratici, potevano essere convertiti senza difficoltà al nazismo, e forse è stata proprio la piega impressa alla storia dalla seconda guerra mondiale ad impedire un processo di convergenza tra i due sistemi totalitari che avrebbe ben potuto essere la conseguenza più probabile della continuazione del patto nazista-sovietico. D’altronde l’affinità di fondo tra i due sistemi, come sottolinea  lo storico Robert Conquest, “era proprio l’atteggiamento estremista radicale, accompagnato dalla teorizzata necessità di annientare del tutto non soltanto l’ordine vigente, ma anche ogni suo principio morale, sociale, religioso… I nazisti di Hitler alimentavano il loro fanatismo con una religione surrogata, la quale non negava solo il cristianesimo ma anche la morale tradizionale in sé. Il tratto essenziale del nazismo era il nichilismo morale, che rappresentava anche il fattore comune tra esso e il bolscevismo”. 

Non stupisce quindi, stante queste premesse, la crisi politica ma anche personale che investì Stalin quando seppe che le truppe hitleriane avevano invaso la Russia. Egli si sentì tradito da un uomo verso il quale, evidentemente, avvertiva un’affinità elettiva profonda e a cui, tra l’altro, aveva fornito a prezzi di assoluto favore grandi quantità di materie prime (come grano, carburante, cotone, cromo e  manganese), offerto basi navali allo scopo di facilitare alcune operazioni militari e consegnato senza esitare diverse centinaia di comunisti tedeschi rifugiatisi in Unione Sovietica per evidenti motivi politici, consentendo così il loro internamento e la loro successiva eliminazione nei campi di concentramento nazisti. Le cronache raccontano come lo sgomento per l’invasione nazista avesse sopraffatto Stalin al punto da renderlo quasi ebete e indurlo a temporeggiare per più giorni nell’illusione di un attacco dovuto alla volontà “provocatrice” di alcuni generali tedeschi ribellatisi al loro capo supremo; e questo mentre l’esercito della Wehrmacht penetrava in profondità nel territorio sovietico. Quando, infine, si convinse che l’offensiva tedesca era una realtà tremendamente seria, si rivolse al popolo russo con un appello radiofonico in cui non usò il solito appellativo di “compagni e compagne” ma quello di “fratelli e sorelle” e addirittura di “amici miei”, chiedendo l’impegno di tutti per liberare il suolo della patria dall’invasore straniero. La ragione comunista venne accantonata e sostituita da quella patriottica, che si impose, tuttavia, non per obbedienza al dittatore, ma perché la popolazione russa non tardò a sperimentare sulla propria pelle la sanguinaria brutalità dei nazisti. E dopo molti insuccessi militari, che si protrassero per quasi un anno e mezzo, permettendo a Hitler di impadronirsi di buona parte della Russia europea, un’intera popolazione di partigiani affiancò l’esercito sovietico nella lotta all’invasore, incalzandolo tenacemente fino a costringerlo alla disastrosa ritirata, complice anche l’arrivo del rigido inverno russo, che annientò buona parte della Wehrmacht. Ma la vittoria dell’URSS  avrebbe richiesto maggior tempo e maggiori sacrifici in termini di vite umane (già ne occorse una quantità spropositata, indicata dalle fonti ufficiali sovietiche in 13.600.000 vittime militari e in 7.700.000 civili) senza l’aiuto determinante dei paesi occidentali “capitalisti”, tradottosi in forniture di risorse militari ingenti: migliaia e migliaia di aerei e mezzi di trasporto terrestri. Solo recentemente alcuni storici russi hanno ammesso che, senza questi aiuti, l’Unione Sovietica avrebbe avuto serie difficoltà a battere l’armata di Hitler.


C'E' UNA STRADA NEL BOSCO di Roberto Pecchioli

Se non ora, quando? E’ urgente, indispensabile, organizzare un forte contrattacco culturale nei confronti del Grande Reset, dell’egemonia della correttezza politica, dell’arroganza vittimista degli indignati e degli offesi. Occorre fermare e invertire la cancellazione di una civiltà- la nostra- che ha tremila anni; contrastare la narrazione liberista e la riduzione del mondo a monopolio privato di pochi giganteschi gruppi finanziari, economici e tecnologici. Vasto programma, ma non esiste alternativa. O si muore soffocati o si esce dal guscio. Il problema è enorme: da che parte andare, quali principi difendere, a quali interessi, ceti e gruppi sociali rivolgerci?

Poeticamente abita l’uomo, sosteneva Martin Heidegger. Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva, scrisse Friedrich Hölderlin. Iniziamo la riflessione con un verso sciolto della poetessa Alda Merini: “il verme non sceglie mai di vivere in una mela marcia. Sceglie sempre di far marcire una mela sana. “C’è già, in nuce, il discrimine tra amico e nemico. L’amico è colui che sa di vivere in un campo di mele marce.  Il compito, titanico, è salvare gli alberi e i frutti ancora sani e su di essi ricostruire.  Se crediamo di essere immersi nella “notte del mondo”, dobbiamo avere il coraggio di insorgere e di battere strade nuove. Le vecchie sono ostruite o crollate.

Anche i segnavia sono cancellati, non resta che farsi strada in un bosco marcito per il lavorio incessante dei vermi. C’è una strada nel bosco fu una splendida canzone nata sotto i bombardamenti del 1943, inno di vitalità e speranza. Quando tutto è negato e la verità è scossa dalle fondamenta, è alla verità che occorre aggrapparsi ed incalzare il nemico, ripartendo dai fondamenti. Rifiutare l’imbroglio del politicamente corretto che scinde il linguaggio dalla verità. La neve è bianca, i sessi sono due, il bene e il male esistono, ci sono un padre e una madre, l’erba è verde in primavera. Solo la verità rende liberi, e la libertà è la grande riconquista a cui tendere.

Impoverimento, intrusione del biopotere nella sfera intima,

Reset = Cancellazione


sorveglianza, distruzione della civiltà, capovolgimento dei principi e dei significati, il male al posto del bene, la menzogna al potere, uniti con l’impoverimento materiale, la distruzione della speranza in milioni di cuori. Reset significa cancellazione, dovremmo fare più attenzione alle parole. Non ci si può limitare ad opporsi a questa o quella politica, ma costruire un fronte tra i non garantiti di oggi e di domani, poiché il grande reset concentrerà ulteriormente potere, conoscenza e redditi verso l’alto, schiacciando la libertà, diffondendo miseria e proibendo il dissenso.

La metafora della mela fu utilizzata da Tommaso d’Aquino in una lezione: se non credete che questa è una mela, ammonì, uscite dall’aula. Nella notte del mondo, una mela è un cocomero o qualunque altra cosa, se il dispositivo del potere così decide.  Per noi, la mela resta una mela, anche se la legge degli uomini accecati prescrive il contrario. C’è una strada nel bosco, ma bisogna avere il coraggio, prima, di “passare al bosco”, nel senso indicato da Ernst Junger, diventare ribelli, smettere di confidare nel sistema o immaginare che sia possibile riformarlo dall’interno. L’egemonia del verme, padrone della mela, ci contagerà, come ha fatto con troppi altri prima di noi.

Il potere del seme
Non vi è che la via più stretta ed impervia, procedere passo passo per ricostruire il sentiero. E’ una giungla, là fuori, ma dobbiamo attraversarla, piantare semi e tessere pazientemente la tela dell’egemonia.  Scriveva Antoine Saint Exupéry in Pilota di guerra, osservando le rovine: “l’unica vittoria di cui non dubiterei mai è quella racchiusa nel potere del seme. Appena viene piantato nella terra scura, il seme è già vincitore. Ma per assistere al suo trionfo nel grano bisogna che il tempo si dipani. Non mi preoccupo del fango se in quel fango si nasconde un seme. Il seme lo assorbirà per costruire”.

Gettare semi, piantare alberi richiede fiducia nel futuro e una grande generosità: inevitabilmente i frutti saranno colti da un’altra generazione. L’obiettivo è riprendere l’egemonia perduta, recuperare l’anima, il cervello, il senso comune conquistato dal nemico. Per riuscirci, è essenziale la lezione di Antonio Gramsci. E’ arduo indicare come modello qualcuno di cui non si condividono gli obiettivi, ma è impossibile individuare, nel deserto del pensiero tradizionale, maestri di strategia migliori dell’intellettuale sardo, il cui concetto di

Gramsci, maestro di strategia

egemonia oltrepassa lo scopo per cui venne teorizzato. L’egemonia culturale è la chiave per conquistare e mantenere il dominio politico e sociale attraverso il consenso.

Lasciamo da parte i motivi per cui è stata perduta e concentriamoci sul fatto che non abbiamo combattuto, né in difesa né in attacco, abbiamo subito per generazioni l’iniziativa di chi era interessato a “decostruire”, far marcire la mela. Abbiamo abbandonato senza reagire le casematte del potere. Una lezione gramsciana è che la classe dominante può evitare scontri pericolosi realizzando rivoluzioni passive, il metodo dell’”americanismo”. La lezione è stata applicata dalle élite neoliberali, che hanno volto a proprio vantaggio il Sessantotto, la rivoluzione sessuale, il femminismo, la secolarizzazione.

“La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere”. Le culture di ispirazione non marxista e liberalprogressista sono – oggi più che mai – dominate, in via di sottomissione. E’ impossibile anche attribuire loro un nome. Quando si alleano con i dominanti non sono che burattini o semplici esecutori di direttive imposte dall’alto.

La vittoria postuma di Gramsci sta nel fatto che ha ispirato una duratura classe di intellettuali, alcuni dei quali sono diventati dirigenti politici. L’esatto contrario della tattica inconcludente della “destra”. Una formula gramsciana è l’importanza delle categorie di pessimismo dell'intelligenza e ottimismo della volontà. Realismo, capacità di attendere e di fare passi indietro, ma ferrea concentrazione sull’obiettivo, cambiare l’ordine esistente. Un altro segnavia sono le tesi del linguista George Lakoff sull’importanza della metafora. Le metafore sono costruzioni concettuali centrali nello sviluppo del pensiero, delle credenze e dei convincimenti.  Il sistema concettuale nei cui termini pensiamo e agiamo ha natura essenzialmente metaforica. Per Lakoff esistono metafore distinte nelle menti dei conservatori e dei progressisti. Questi mostrano interesse a quelli che chiama “valori di sostegno”, l’educazione, la custodia e la cura – in generale di segno femminile - gli altri prediligono il fascino della bellezza e della certezza morale. Politiche identiche sono razionalizzate in modo diverso in base alla prevalenza dell’una o dell’altra metafora.

Abbiamo accumulato un ritardo drammatico, che la capacità di utilizzare i nuovi media non ha colmato. Quell’abilità ha costituito un campanello d’allarme presso l’avversario, che sta precipitosamente chiudendo tutti i canali di comunicazione in cui si era attivamente inserito il pensiero alternativo. Siamo all’anno zero e la strada nel bosco dovrà essere tracciata con le sole nostre forze, senza mappe, nell’ indifferenza e nel sarcasmo supponente non dei nemici, ma di chi, a livello politico, dovrebbe supportarci. I cani latrano, la carovana passa. Per passare, tuttavia, la carovana deve aprirsi la strada. Di fronte all'egemonia culturale, al predominio schiacciante dei mass media e alla capacità di stabilire la struttura mentale della maggioranza del progressismo, non abbiamo ancora trovato le armi concettuali, la forza del discorso, la vis attrattiva, i registri emotivi che consentono di ingaggiare la battaglia contro un nemico formidabile.

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Su questioni come la teoria del genere, l'approccio al cambiamento climatico, la difesa dell’ambiente, l'aborto, l'istruzione, la bioetica, ma anche sui temi della finanza, dell’economia monopolistica, della precarizzazione sociale, dello smantellamento delle identità spirituali , nazionali e politiche, delle libertà conculcate dalla tecnologia e dalla sorveglianza, della riduzione della persona a materiale plasmabile e compravendibile, l’ erosione della dimensione pubblica e statuale, dell’attacco allo stato di diritto, della decadenza delle istituzioni elettive, siamo pressoché ininfluenti.

L'ircocervo cinese
L’egemonia è nelle mani del progressismo globalista, singolare ircocervo capitalista nella variante comunista. Privatizzazione oligarchica più potere piramidale, uniti in un regime totalitario che unisce l’aspetto più disumano del capitalismo con quello più atroce del comunismo, coniugando l’alienazione dei rapporti fra gli uomini con un controllo sociale senza precedenti. Non un avversario, ma un nemico assoluto.

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Non resta che il paziente lavoro di costruzione della strada nel bosco. La chiusura della mente fa sì che manchino le parole per il pensiero critico. Se esiste un pensiero che tende a farsi unico, il primo modo di farsi strada è pensare altrimenti. I regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Pensare altrimenti significa parlare altrimenti: rigettare il linguaggio politicamente corretto, la neolingua che impone di scindere la verità – quello che vediamo, il giudizio che ne diamo – dalla sua rappresentazione verbale. I padroni delle parole sono i padroni del mondo; bisogna contendere loro i significati, rammentando la lezione di George Orwell sui totalitarismi: la verità è
menzogna, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. E’ una scelta strategica del potere espropriare le masse delle parole, allontanarle dalla conoscenza, riempirle di “diritti” nella sfera pulsionale, orientarle all’ irresponsabilità a vantaggio della comodità. Combattere la guerra delle parole è la prima battaglia di chi passa al bosco.

Liberismo = Totalitarismo 
La seconda è uscire definitivamente dalla gabbia liberale. Oggi tutti si dichiarano liberali, ma l’unico liberalismo da salvare è quello la cui intenzione morale è andata perduta per la prevalenza schiacciante della dimensione economica- il liberismo – e la vittoria dell’indifferentismo morale e religioso. Il liberalismo “buono” è un habitus etico spirituale, il diritto che la maggioranza attribuisce alle minoranze, “la decisione di convivere con il nemico, e di più, con il nemico debole” (J. Ortega). Anticaglie. Al liberalismo reale interessa esclusivamente difendere la proprietà privata dei giganti, confinare nell’intimità i sentimenti morali e religiosi e rendere ininfluente la dimensione pubblica a vantaggio degli interessi privati e dell’egemonia della dimensione economica. E’ la teorizzazione della legge del più forte e del più ricco. Scriveva Werner Sombart: “l’economia non è il nostro destino; non esiste un sistema di leggi economiche autonome, vale a dire: l’economia non costituisce un processo naturale, ma è una creazione culturale scaturita dalla libera scelta degli uomini. Sicché, anche il futuro dell’economia, o di un determinato sistema economico, è rimesso alla libera volontà di uomini”.

In Elogio dell’appartenenza (Passaggio al bosco, 2020) sottolineavamo la necessità di ritornare comunità. Appartenere è bisogno primario dell’uomo. “In ogni comunità vi è sempre qualcosa, un principio, un luogo, una storia, una credenza collettiva a cui è attribuito un carattere superiore, trascendente. E’ un recinto sacro, il tempio che contiene quanto di più prezioso possieda quella comunità. Il tempio è importante, intangibile, superiore a tutto perché è patrimonio comune indisponibile.” E’ sacro perché non è in vendita. La comunità è il luogo i cui valori non sono compravendibili, nel quale si praticano la gratuità e la solidarietà, in cui non si misura in denaro.

La censura esercitata dal potere culturale progressista al servizio della cupola economica e tecnologica, crea un paradossale sistema di valori vuoti di significato. Lo scrittore francese Lèon Werth esortava ad appartenere a una civiltà, non a una tribù: "Mi devo a una civiltà. Non ho altro modo di vestirmi. Non posso uscire completamente nudo". L’obiettivo del nemico è lasciarci nudi e poveri: di diritti, di principi, di libertà. Ma non si è civiltà se non esiste qualcosa che lega; di qui l’importanza di rilanciare comunità e identità, ciò che unisce e differenzia in un mondo in cui tutto è equivalente, quindi irrilevante. Le nazioni muoiono, sostituite da megacorporazioni con diritto di vita e di morte. La sottomissione avviene attraverso la chiusura mentale e spirituale. Il Nuovo Ordine si è disfatto dell’illusione democratica e ha preso il controllo delle nostre vite. Dunque, la strada nel bosco deve contenere un forte appello alla libertà, intesa come partecipazione, padronanza di noi stessi. La libertà non è il diritto del più forte e nessuna idea può essere vietata.   

La  cultura non uccide

Siamo chiamati alla resistenza, non all’opposizione. Impoverimento, precarietà esistenziale, competizione sfrenata, l’Altro come nemico e concorrente, intrusione del biopotere nella sfera intima, sorveglianza, distruzione della civiltà. Non ci si può limitare a contrastare questa o quella politica, ma fondare un radicale antagonismo. Nessuna destra, nessuna sinistra, ma un fronte, un’alleanza tra i non garantiti di oggi e di domani. I segni sono sinistri: diritti fondamentali derogati, stretta sulla mobilità, imposizione della didattica a distanza e del telelavoro. Erano prontissimi e hanno agito senza indugio. Ci siamo lasciati sorprendere; hanno chiuso fabbriche, uffici, negozi, scuole. E poi musei, biblioteche, cinema e teatri: la cultura contagia. Siamo a un tornante della storia. L’egemonia perduta si ricostruisce tracciando segnavia, indicazioni lungo il sentiero per riconoscerlo. Armati di picca, pala e passione, ribelliamoci e organizziamoci.   


venerdì 26 febbraio 2021

L'ARTE SACRA OGGI

Recco è un comune particolarmente dinamico e vivace dal punto di vista culturale e sempre aperto a idee innovative. Di seguito un passaggio del dépliant del convegno che ebbe luogo nel febbraio del 2011.
 
"Libertà assoluta o sterile solitudine:  qual è la vera condizione dell’artista del nostro tempo? E’ questa la domanda da cui siamo partiti per tentare di ripristinare il dialogo che il cristianesimo e la chiesa cattolica hanno intrattenuto per secoli con pittori, scultori e architetti, nella convinzione che il venir meno di questo rapporto fecondo abbia significato un generale impoverimento. 
Solo in apparenza l’argomento di questa giornata di studi può apparire lontano dagli interessi pratici del civico amministratore. Costretto a confrontarsi con i problemi contingenti derivanti dalla necessità di salvaguardare l’ambiente, di contrastare la crisi economica e di garantire con adeguate misure la sicurezza e l’assistenza sociale, egli, sempre più spesso, si ritrova a rincorrere l’emergenza.  
Esiste, in realtà, un preciso legame tra i frutti avvelenati della decadenza e il cedimento delle basi culturali e morali della nostra civiltà, quelle che per secoli avevano consentito di distinguere il bene dal male, il bello dal brutto, il sano dal patologico, fornendo quei punti di riferimento che permettevano a tutti di non perdere mai la rotta e di superare prove spesso difficilissime. Dotare i nuovi quartieri di chiese, caratterizzare il territorio con altre opere  esteticamente belle e in linea con la nostra  tradizione religiosa significa contrastare efficacemente il disordine e la banalità dell’architettura contemporanea e, nel contempo, disporre di validissimi argini contro il malessere e il senso di precarietà che derivano dal venir meno di tante antiche e preziose certezze". 
Artisti invitati: Maria Luisa Borri Succio, Luisa Caprile, Marilisa Cosatti, Dionisio di Francescantonio, Adriano Leverone, Daniela Mucci Moreno, Carlo Piterà, Elio Vigna - Scorrere per visionare le immagini del Convegno.
Da sinistra: Don Giogio Venzano, Marzia Gallo, Carlo Gandolfo, Miriam Pastorino, Mario Porcile

Il sindaco Carlo Gandolfo e Miriam Pastorino

Il sindaco Carlo Gandolfo e la presidente di Voltar Pagina

L'intervento del Maestro Mario Porcile

Il maestro Mario Porcile

Intervento dell'architetto Alessandro Casareto

L'architetto Sandro Casareto e don Giorgio Venzano


Intervento di Don Giorgio Venzano

Don Giorgio Venzano

Alessandro Casareto, don Giorgio Venzano e Marzia Gallo

Intervento della storica dell'arte Marzia Gallo

Tra il pubblico, alcuni artisti liguri

Tra il pubblico, alcuni artisti liguri