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domenica 28 febbraio 2021

LA CRISI D'IDENTITA' DELL'OCCIDENTE di Dionisio di Francescantonio

L’Occidente trae il carattere che lo distingue dal resto del mondo dalla nozione di universalità che gli conferisce il cristianesimo. Già Roma aveva aperto la strada a questo concetto col proposito di consentire la cittadinanza romana a chiunque si identificasse nei suoi principi e nelle sue leggi, ma il cristianesimo estende all’infinito l’idea d’una società intrinsecamente universale con la speranza della salvezza eterna. Tale speranza, con l’avvento di Cristo, non è più il privilegio riservato a un popolo eletto come quello ebraico, ma la promessa offerta all’umanità intera, per cui tutti gli uomini, indipendentemente dalla razza di appartenenza e dalla cultura di provenienza, possono, attraverso un atto di volontà e di fede, farsi arbitri del proprio destino. Per molti secoli la diffusione del cristianesimo è stata sinonimo d’emancipazione e la condizione essenziale per una rapida fuoriuscita di intere popolazioni dalla barbarie, al punto che il cammino dell’intera Europa viene identificato con l’introduzione del battesimo, atto rituale di grande effetto simbolico ma soprattutto dal formidabile significato identitario. In tal modo l’Occidente, nel corso del suo cammino, ha assunto dimensioni universali, globali, cosmopolite, ma paradossalmente ha perduto, strada facendo, la propria anima, il proprio cosmo interiore, divenendo in un certo senso estraneo a se stesso. Questo perché, nello scorcio più recente del suo percorso storico, l’Occidente ha contratto un virus pernicioso e destabilizzante che l’ha portato alla negazione di sé, al disprezzo della sua peculiarità.

La nostra cultura ci rammenta costantemente che le nostre radici, la nostra memoria, la nostra fonte di verità e di principio risiedono nella cristianità, quella cristianità che a sua volta ha trovato alimento e continuità culturale nell’humus fecondo e vitalissimo del pensiero ellenico e del diritto romano. Ma il mondo occidentale, travolto dal postulato illuminista, dal cosiddetto trionfo della ragione e dallo scientismo ad oltranza, ha voluto strapparsi di dosso la sua dimensione spirituale e l’armatura di fede cristiana che ne rappresenta l’approdo più elevato e la custodia etico-umanistica. La dialettica sviluppatasi internamente al pensiero dell’Occidente, quella dialettica pervenuta con Hegel, Marx e Nietzche a negare alla religione ogni verità culturale e morale, ha finito per cancellare il cristianesimo dall’universo del pensiero occidentale opponendogli una concezione politica configurante lo Stato ateistico, una concezione realizzatasi storicamente nelle inevitabili versioni totalitarie del comunismo e del nazismo. L’uomo dell’Occidente ha presunto di fare a meno della divinità affidandosi alla propria ragione e alle (presunte) illimitate possibilità della scienza e della tecnica scaturite dal suo ingegno, dimenticando però che negando la dimensione del divino si finisce per negare anche quella dell’umano, come dimostrano, per l’appunto, i totalitarismi sanguinari e fratricidi in cui la logica degli umanesimi assoluti lo ha portato a impantanarsi per tutto il Novecento. E la nostra contemporaneità si aggira ancora lungo un percorso che, muovendo da tali premesse superomiste, ha allevato generazioni di individui dediti all’irrazionale solipsismo della ragione assolutizzata e prive d’ogni trascendente finalità, impegnate quindi in un inconsistente e vano gioco esistenziale dove il nulla diventa l’unico orizzonte possibile. Questa condizione si chiama nichilismo; e questa è la malattia dell’Occidente, il virus pernicioso che essa cova tuttora al proprio interno.

La negazione di sé che affligge l’Occidente si riflette nell’attuale incapacità di far proseliti propria del cristianesimo per effetto della profonda crisi di identità a cui è pervenuta la stessa Chiesa cristiana, fenomeno paradossale d’una religione nata per la salvezza di tutti gli uomini che oggi pone limiti alla sua affermazione e non offre più, alle altre culture, quella che prima era un’autentica scorciatoia per affrancarsi dalle proprie condizioni di arretratezza e approdare così alla piena comprensione della mentalità moderna, le cui conquiste di civiltà – dalla libertà individuale alla democrazia politica, dall’emancipazione della donna allo stato di diritto universalmente inteso – sono  frutto del lungo cammino compiuto dalla civiltà Occidentale sotto l’impulso universalistico e cosmopolita del cristianesimo. Sta di fatto che l’Occidente non è più capace di pensare alla propria storia come a un fattore di verità e di civiltà, di merito e di gloria. La sua verità è negletta, misconosciuta, negata dalla stessa coscienza dell’Occidente. E’ come se lo spirito dell’Occidente fosse stato estirpato dal suo proprio essere e non riuscisse più a riconoscersi. E questo accade perché il grande successo civile e morale della cultura occidentale, vale a dire la possibile armonia dei popoli del mondo all’insegna dell’affermazione dei diritti civili e della reciproca tolleranza, viene bollata, dai cascami della cultura superomista,  postmarxiana e nichilista, come sopraffazione nei confronti delle parzialità culturali opposte alla nostra e definita, sdegnosamente, come la pretesa eurocentrica o occidentocentrica di dominare gli altri. Oggi poi, con l’affermazione dilagante di un capitalismo spurio e bastardo, non più fondato sullo spirito d’impresa ma sulla finanza globalista e multiculturalista che impone un concetto di mega mercato teso a uccidere l’industria tradizionale sostituendola con la digitalizzazione e la robotica, il nichilismo diffuso dai nemici della civiltà occidentale è divenuto il terreno ideale per attuare gli scopi del globalismo che vuole uccidere le identità parziali, il radicamento comunitario e il concetto stesso di patria per imporre un umanesimo snaturato privo di senso morale e di valori religiosi. Neppure la prospettiva della distruzione delle conquiste di progresso materiale e sociale dei paesi occidentali e l’avvento di una dittatura mondialista è sufficiente a far rivedere le posizioni di questa corrente di pensiero già causa di tante rovine per l’Occidente e ancor oggi, nonostante i suoi clamorosi fallimenti storici, così attiva nel minarne la sicurezza e l’orgoglio identitario.

Alla fin fine, quindi, il vero problema dell’Occidente è quello di liberarsi dalla negazione di sé che le ideologie assolutistiche hanno introdotto nel suo sentimento morale, perché una civiltà che non sia fiera di se stessa, che rinneghi la sua storia di civiltà e le ragioni che l’hanno originata, alimenta una malattia mortale: la caduta dell’orgoglio delle sue origini, la perdita della propria memoria e quindi l’oblio di sé. Questo è il maggior pericolo dell’Occidente: di procedere verso il futuro di civiltà che esso ha reso possibile negando il valore del proprio passato e la forza spirituale e morale della religione da cui quel passato trae origine. L’Occidente deve affrontare una volta per sempre i suoi errori ed orrori, soprattutto quelli compiuti all’insegna dell’assolutismo ateista, riesaminandoli e rimeditandoli a fondo onde snidare il veleno autodistruttivo che quel pensiero deviato ha disseminato nella sua coscienza, così da espellerlo radicalmente da sé e tornare finalmente a volgersi con orgoglio e fierezza alle sue origini per ritrovare le proprie radici, quelle radici che affondano nel sostrato culturale vigoroso e fertilizzante prodotto dall’ellenismo, dalla romanità e dall’ebraismo, e fecondato fino all’apice delle sue possibilità promotrici ed effusive dall’afflato vivificatore della cristianità. Solo così potrà lottare contro la sfida globalista, divenuta oggi una minaccia di tirannide assai più grave di quelle affermatesi nel Novecento.

sabato 27 febbraio 2021

LE AFFINITA' TRA COMUNISMO E NAZISMO di Dionisio di Francescantonio

L’alleanza tra Stalin e Hitler non fu dettata solo da esigenze di strategia politico-militare, ma da un’intesa più profonda tra i due dittatori, da individuare nell’affinità ideologica dei due sistemi da essi incarnati.

Il periodo in cui Stalin e Hitler erano alleati è stato sempre accuratamente oscurato dalla propaganda comunista (soprattutto, in Occidente, ad opera dei partiti affiliati, come in Italia il Pci), agevolata in tale compito dal fatto che la resistenza sovietica all’invasione tedesca abbia contribuito in misura considerevole alla disfatta dell’armata hitleriana. Ma l’intesa tra i due dittatori, nata su un disegno di spartizione del mondo basato sulla volontà di scatenare la guerra tra i principali paesi capitalisti in modo da indebolirli per poi sopraffarli e dividersene le spoglie, si ruppe solo perché Stalin pretendeva l’annessione di territori come quello della Turchia orientale, dell’Iran e dell’Irak in modo da assicurarsi il controllo del petrolio mediorientale, una parte dello scacchiere internazionale che Hitler aveva già deciso di assicurare alla Germania. Per ottenere l’accordo coi nazisti Stalin non aveva esitato a fare carta straccia della sua politica d’implacabile opposizione al fascismo avviata a metà degli anni Trenta, mentre Hitler rinfoderava il livore mostrato contro il bolscevismo ricordando che, in definitiva, i suoi veri nemici erano i sostenitori del sistema borghese, mentre nel movimento nazionalsocialista gli estremi potevano congiungersi e trovare accordo e armonia accogliendo sia gli operai provenienti dalla sinistra che gli ufficiali e gli studenti provenienti dalla destra, e aggiungendo che era un vero peccato che le due fazioni spesso si contrapponessero l’una all’altra in scontri di piazza. D’altronde è probabile che le affinità per così dire sotterranee tra le due dittature, al di là delle differenze di facciata, non sfuggissero ai due principali attori della loro realizzazione. Stalin non faceva mistero della sua elevata opinione di Hitler, di cui ammirava l’estrema spregiudicatezza e crudeltà nei metodi di lotta politica, forse perché erano molto simili ai suoi. Per esempio, quando vi fu la famosa “Notte dei lunghi coltelli”, in cui Hitler fece eliminare fisicamente una parte ingente dei dirigenti del Partito nazista considerati non più affidabili per i suoi scopi, il commento di Stalin fu: “Che tipo in gamba, Hitler! Sa come trattare gli avversari politici”. Dall’altra parte, Hitler non smise mai di elogiare l’economia pianificata di Stalin, indubbiamente perché anch’egli concepiva il nazismo (che, diversamente dal bolscevismo, non poté sviluppare fino in fondo il suo percorso storico-politico perché interrotto dall’energica reazione dei paesi capitalisti e dell’URSS stessa alla sua aggressione militare) come l’affermazione del Partito-stato anche col pieno controllo del potere economico, oltre che di quello politico. Egli si era spinto addirittura a sostenere che i comunisti, a differenza dei socialdemocratici, potevano essere convertiti senza difficoltà al nazismo, e forse è stata proprio la piega impressa alla storia dalla seconda guerra mondiale ad impedire un processo di convergenza tra i due sistemi totalitari che avrebbe ben potuto essere la conseguenza più probabile della continuazione del patto nazista-sovietico. D’altronde l’affinità di fondo tra i due sistemi, come sottolinea  lo storico Robert Conquest, “era proprio l’atteggiamento estremista radicale, accompagnato dalla teorizzata necessità di annientare del tutto non soltanto l’ordine vigente, ma anche ogni suo principio morale, sociale, religioso… I nazisti di Hitler alimentavano il loro fanatismo con una religione surrogata, la quale non negava solo il cristianesimo ma anche la morale tradizionale in sé. Il tratto essenziale del nazismo era il nichilismo morale, che rappresentava anche il fattore comune tra esso e il bolscevismo”. 

Non stupisce quindi, stante queste premesse, la crisi politica ma anche personale che investì Stalin quando seppe che le truppe hitleriane avevano invaso la Russia. Egli si sentì tradito da un uomo verso il quale, evidentemente, avvertiva un’affinità elettiva profonda e a cui, tra l’altro, aveva fornito a prezzi di assoluto favore grandi quantità di materie prime (come grano, carburante, cotone, cromo e  manganese), offerto basi navali allo scopo di facilitare alcune operazioni militari e consegnato senza esitare diverse centinaia di comunisti tedeschi rifugiatisi in Unione Sovietica per evidenti motivi politici, consentendo così il loro internamento e la loro successiva eliminazione nei campi di concentramento nazisti. Le cronache raccontano come lo sgomento per l’invasione nazista avesse sopraffatto Stalin al punto da renderlo quasi ebete e indurlo a temporeggiare per più giorni nell’illusione di un attacco dovuto alla volontà “provocatrice” di alcuni generali tedeschi ribellatisi al loro capo supremo; e questo mentre l’esercito della Wehrmacht penetrava in profondità nel territorio sovietico. Quando, infine, si convinse che l’offensiva tedesca era una realtà tremendamente seria, si rivolse al popolo russo con un appello radiofonico in cui non usò il solito appellativo di “compagni e compagne” ma quello di “fratelli e sorelle” e addirittura di “amici miei”, chiedendo l’impegno di tutti per liberare il suolo della patria dall’invasore straniero. La ragione comunista venne accantonata e sostituita da quella patriottica, che si impose, tuttavia, non per obbedienza al dittatore, ma perché la popolazione russa non tardò a sperimentare sulla propria pelle la sanguinaria brutalità dei nazisti. E dopo molti insuccessi militari, che si protrassero per quasi un anno e mezzo, permettendo a Hitler di impadronirsi di buona parte della Russia europea, un’intera popolazione di partigiani affiancò l’esercito sovietico nella lotta all’invasore, incalzandolo tenacemente fino a costringerlo alla disastrosa ritirata, complice anche l’arrivo del rigido inverno russo, che annientò buona parte della Wehrmacht. Ma la vittoria dell’URSS  avrebbe richiesto maggior tempo e maggiori sacrifici in termini di vite umane (già ne occorse una quantità spropositata, indicata dalle fonti ufficiali sovietiche in 13.600.000 vittime militari e in 7.700.000 civili) senza l’aiuto determinante dei paesi occidentali “capitalisti”, tradottosi in forniture di risorse militari ingenti: migliaia e migliaia di aerei e mezzi di trasporto terrestri. Solo recentemente alcuni storici russi hanno ammesso che, senza questi aiuti, l’Unione Sovietica avrebbe avuto serie difficoltà a battere l’armata di Hitler.


venerdì 26 febbraio 2021

L'ARTE SACRA OGGI

Recco è un comune particolarmente dinamico e vivace dal punto di vista culturale e sempre aperto a idee innovative. Di seguito un passaggio del dépliant del convegno che ebbe luogo nel febbraio del 2011.
 
"Libertà assoluta o sterile solitudine:  qual è la vera condizione dell’artista del nostro tempo? E’ questa la domanda da cui siamo partiti per tentare di ripristinare il dialogo che il cristianesimo e la chiesa cattolica hanno intrattenuto per secoli con pittori, scultori e architetti, nella convinzione che il venir meno di questo rapporto fecondo abbia significato un generale impoverimento. 
Solo in apparenza l’argomento di questa giornata di studi può apparire lontano dagli interessi pratici del civico amministratore. Costretto a confrontarsi con i problemi contingenti derivanti dalla necessità di salvaguardare l’ambiente, di contrastare la crisi economica e di garantire con adeguate misure la sicurezza e l’assistenza sociale, egli, sempre più spesso, si ritrova a rincorrere l’emergenza.  
Esiste, in realtà, un preciso legame tra i frutti avvelenati della decadenza e il cedimento delle basi culturali e morali della nostra civiltà, quelle che per secoli avevano consentito di distinguere il bene dal male, il bello dal brutto, il sano dal patologico, fornendo quei punti di riferimento che permettevano a tutti di non perdere mai la rotta e di superare prove spesso difficilissime. Dotare i nuovi quartieri di chiese, caratterizzare il territorio con altre opere  esteticamente belle e in linea con la nostra  tradizione religiosa significa contrastare efficacemente il disordine e la banalità dell’architettura contemporanea e, nel contempo, disporre di validissimi argini contro il malessere e il senso di precarietà che derivano dal venir meno di tante antiche e preziose certezze". 
Artisti invitati: Maria Luisa Borri Succio, Luisa Caprile, Marilisa Cosatti, Dionisio di Francescantonio, Adriano Leverone, Daniela Mucci Moreno, Carlo Piterà, Elio Vigna - Scorrere per visionare le immagini del Convegno.
Da sinistra: Don Giogio Venzano, Marzia Gallo, Carlo Gandolfo, Miriam Pastorino, Mario Porcile

Il sindaco Carlo Gandolfo e Miriam Pastorino

Il sindaco Carlo Gandolfo e la presidente di Voltar Pagina

L'intervento del Maestro Mario Porcile

Il maestro Mario Porcile

Intervento dell'architetto Alessandro Casareto

L'architetto Sandro Casareto e don Giorgio Venzano


Intervento di Don Giorgio Venzano

Don Giorgio Venzano

Alessandro Casareto, don Giorgio Venzano e Marzia Gallo

Intervento della storica dell'arte Marzia Gallo

Tra il pubblico, alcuni artisti liguri

Tra il pubblico, alcuni artisti liguri



venerdì 22 gennaio 2021

L'UNIVERSO CONCENTRAZIONARIO DEI GULAG SOVIETIETICI

Nel mondo occidentale l’esistenza dei gulag in Unione Sovietica era quasi del tutto ignota fino a quando non apparve l’opera Arcipelago Gulag di Aleksàndr Solzenicyn, in cui lo scrittore russo, tra il 1970 e il 1974, li descrisse per la prima volta con minuziosa crudezza. L’acronimo gulag sta per “Amministrazione generale dei campi d’internamento”, dove finivano tutti i nemici della rivoluzione sovietica o, come prese a definirli il regime da un certo momento in poi, gli elementi “estranei alla società”, ossia tutti i non assimilabili all’edificazione della società comunista. Il sistema dei campi di concentramento punitivi appartiene alla storia sovietica fin dai suoi esordi  (già nel 1920, nell’arcipelago delle Soloveckie, cinque isole situate nel Mar Bianco a circa duecento chilometri dal circolo polare artico, erano stati creati lager di lavori forzati per tutti coloro che si opponevano al regime bolscevico), ma il suo enorme sviluppo si ebbe durante il lungo dominio di Stalin, conclusosi solo all’inizio degli anni Cinquanta con la sua morte. Fu proprio dall’esempio fornito dalle Soloveckie che il sistema di lavoro forzato si affermò. Gli organismi statali decisero di sfruttare  il lavoro dei detenuti non più, come si diceva originariamente, “a scopo rieducativo”, ma quale fonte di profitto per lo Stato bolscevico. E poiché lo scopo dei bolscevichi  era quello di spingere la Russia in un processo di industrializzazione forzata che ne aumentasse le risorse difensive/offensive contro il nemico capitalista, la cosiddetta patria della “liberazione degli schiavi dalle catene del capitalismo” tornò semplicemente alla pratica dello schiavismo più totale e brutale. I nuovi schiavi per dissenso politico furono spediti nei campi di lavoro installati in luoghi remoti e inospitali, soprattutto nella sterminata regione del nord della Russia, ma ricchi di risorse necessarie allo sviluppo della patria del comunismo quali oro, stagno e soprattutto legname ricavabile dalle immense foreste siberiane. All’inizio del 1921 nei lager erano finiti più di 156.000 persone, mentre alla fine del 1938 erano già due milioni. E nel 1953, quando Stalin morì, i forzati dovevano aggirarsi intorno ai 10 milioni.

Le condizioni di vita dei reclusi nel gulag erano a dir poco disumane. Le testimonianze di Solzenicyn e di Varlam Salamov, entrambi narratori di grande talento oltre che deportati di lungo corso, le illustrano con potente efficacia. Il primo elemento che caratterizzava l’esistenza del recluso era la sottoalimentazione, e quindi una fame cronica e ossessiva. Salamov, nei suoi “Racconti di Kolyma” (la Kolima era una desolata regione di paludi e di ghiacci della Siberia, dove l’autore rimase internato per molti anni) scrive: “Ne avevamo tutti quanti abbastanza del vitto che distribuivano al campo, dove ogni volta ci veniva quasi da piangere alla vista dei grandi bidoni di zinco pieni di minestra… Eravamo pronti a piangere per la paura che la minestra fosse troppo acquosa. E quando accadeva il miracolo che la minestra era densa, non ci potevamo credere e, pieni di gioia, la sorbivamo piano piano. Ma anche dopo una minestra densa, nello stomaco così riscaldato restava un dolore sordo: facevamo la fame da troppo tempo”. Dal canto suo Solzenicyn ci illustra la devastazione compiuta nelle coscienze dalla fame riferendo la considerazione fatta dal detenuto incaricato di ritirare le scodelle svuotate dai suoi compagni: “Se nelle scodelle è rimasto qualcosa, non ce la fai e finisci per leccarle”.   

Ma come si finiva nel gulag? Il regime sovietico si caratterizzò immediatamente, già dal suo stesso nascere, come un meccanismo di repressione e persecuzione nei confronti dell’intera popolazione, giacché i nemici di una rivoluzione che pretendeva l’annullamento di ogni individualità e di ogni iniziativa privata nascevano e si moltiplicavano man mano che il sistema mostrava tutta la sua distanza dalle abitudini dell’uomo e da quella della stessa realtà della vita, insieme alla sua implacabile ferocia. Ma in epoca staliniana,  tra collettivizzazione forzata dell’agricoltura, “piani quinquennali” per lo sviluppo accelerato dell’industrializzazione che pretendeva ritmi di lavoro massacranti per tutti, insieme alla smania di stanare tutti i “sabotatori” di un programma di produzione troppo ambizioso per un paese economicamente arretrato e capace solo di causare, sul piano economico e sociale, un peggioramento delle condizioni dell’intera popolazione, ebbe inizio quel cupo periodo di terrore che scatenò una vera e propria “epidemia di arresti”, come la chiama Solzenicyn, e durante il quale “la sentinella della Rivoluzione acuì lo sguardo e, ovunque lo dirigesse, scopriva subito un nido di sabotaggio”. In tutta la Russia si creò un clima agghiacciante, una sorta di incubo permanente basato sul sospetto e sulla delazione. Per molti anni nessuno poté essere sicuro di non finire, prima o poi e senza nemmeno sapere perché, nel mirino della polizia segreta, la Ghepeù staliniana. “Fu un’aggressione micidiale, quasi unica nella storia per dimensioni, sferrata da un governo contro il suo popolo” prosegue Solzenicyn “e le accuse contestate a milioni di vittime erano quasi senza eccezione completamente false. Stalin ordinò, ispirò e organizzò di persona l’operazione. Tutte le settimane riceveva rapporti non solo sulla produzione di acciaio e le cifre relative al raccolto, ma anche sul numero delle vittime eliminate”. Uno dei provvedimenti più perversi emanati da Stalin per scatenare il sospetto perfino all’interno dei nuclei familiari fu quello della comminazione della deportazione “per mancata vigilanza rivoluzionaria” ai familiari degli inquisiti, per cui accadeva spesso che un componente d’una famiglia denunciasse i familiari per scongiurare la possibilità di finire tra i sospettati, pur sapendo che i congiunti non erano colpevoli di nulla.

Una volta nel gulag, per il deportato iniziava una vita d’inferno. L’orario di lavoro dei forzati, dalle 12 alle 16 ore al giorno, era massacrante all’estremo, specie se si considera l’inclemenza del clima in regioni dove l’estate dura poco più di un mese e il resto dell’anno è un inverno ininterrotto con temperature oscillanti dai meno 35 ai meno 60 gradi. Ai detenuti, sempre insufficientemente coperti, non si concedeva nulla, né tutela contro il freddo spaventoso né sconti sul lavoro. Il detenuto era obbligato a produrre la misura giornaliera di lavoro prestabilita dai carcerieri.  Se la misura non era raggiunta per più giorni, il forzato, come racconta Salamov, veniva condotto nottetempo nella foresta, dalla quale i dormienti sentivano provenire l’eco d’uno sparo. Il detenuto trascinato nella foresta, allorché si rendeva conto di ciò che l’aspettava, “rimpiangeva di aver lavorato, di aver tanto patito per niente anche quel giorno, quel suo ultimo giorno di vita”. L’eliminazione dei deportati non più sufficientemente produttivi era frequentissima. Il colpo alla nuca a cui allude Salamov si poteva ancora considerare un atto di misericordia; più spesso il detenuto veniva chiuso in gabbia, portato lontano dalle baracche e lasciato morire atrocemente nel gelo della notte. La mortalità nei campi, stando ai resoconti stilati dalla Ghepeù, fu del 10 per cento nel 1932 e del 20 nel 1938, ma è probabile che le percentuali reali fossero molto più elevate. I gulag più duri, in particolare quelli minerari, erano veri e propri campi di sterminio, nei quali ben pochi sopravvivevano fino alla fine della detenzione. I sovietici non disponevano di camere a gas o di forni crematori  come nei campi nazisti, ma forse solo perché la combinazione risultante dal clima insopportabile, dal lavoro estenuante, dalla denutrizione cronica, dalla mancanza di igiene, dalle umiliazioni, dalle percosse e dalle malattie che derivavano dalla somma di questi fattori (come lo scorbuto, la pellagra, la tubercolosi, il congelamento degli arti e altro), costituiva una miscela sufficientemente letale per garantire una rapida eliminazione degli elementi “inutili” o “asociali”. D’altronde la consegna per tutti i dirigenti dei campi era che dal forzato bisognava prendere tutto quello che poteva dare fin che le forze lo reggevano; dopo non serviva più. Ma, a questo proposito, sentiamo ancora una volta Salamov: “Nei lager, perché un uomo giovane e in buona salute – che ha iniziato la sua carriera sul fronte di taglio di un giacimento aurifero, in inverno, all’aria aperta – si trasformi in dochodjaga, un morto che cammina, bastano da venti a trenta giorni di lavoro, con orari giornalieri di sedici ore, senza giorni di riposo, con una fame costante, gli abiti a brandelli e le notti passate sotto una tenda catramata piena di buchi mentre all’esterno la temperatura scende a meno di sessanta gradi, con i pestaggi inferti dai “caporali”, dai capigruppo scelti tra i malavitosi e dai soldati della scorta… Le squadre che aprono la stagione aurifera e portano il nome del loro caposquadra, alla fine del periodo di scavo non hanno più neanche uno degli uomini presenti inizialmente, a parte il caposquadra stesso, il “piantone” responsabile della baracca e qualche amico personale del caposquadra. Gli altri elementi cambiano tutti, e più volte nel corso di una stagione. Il giacimento aurifero getta senza soste le scorie umane della produzione negli ospedali e nelle fosse comuni”

Molte delle realizzazioni “titaniche” portate a termine dal regime sovietico (la definizione era dello stesso Stalin) furono in gran parte dovute al sacrificio di quei “morti che camminavano”, schiavi privati d’ogni diritto e brutalmente trattati: queste furono l’apertura dei canali Mosca-Volga, Volga-Don e quello tra il Mar Baltico e il Mar Bianco, la centrale  idroelettrica di Kujbeysev, la diga sul Dnepr, il complesso chimico di Berezniki e il complesso industriale di Magnitogorsk, nonché i nuovi insediamenti urbani siberiani di Komsomolsk, Vorkuta, Noril’s e Magadan. Imprese spesso grandiose, come fu, indubbiamente, la diga sul Dnepr, ma in qualche caso, come il canale del Mar Baltico, rivelatisi veri e propri errori, che si tradussero semplicemente nello sperpero delle cospicue riserve investite per realizzarlo. Infatti, il canale, una volta costruito, risultò inutilizzabile: solo le chiatte a fondo piatto riuscivano a percorrerlo, mentre nelle intenzioni dei suoi promotori avrebbe dovuto consentire alla flotta del Baltico di collegarsi a quella settentrionale. Quasi sempre, in ogni modo, tali imprese “titaniche” assorbirono una parte troppo ingente delle risorse nazionale, e per risorse intendiamo qui solo quelle finanziarie perché lo spreco di quelle umane fu spaventoso.  Per usare l’espressione di un esponente della Ghepeù, i forzati addetti alla realizzazione di questi progetti, “morivano come mosche”; ma si provvedeva a sostituirli immediatamente con altri forzati, che non difettavano mai.


giovedì 21 gennaio 2021

ARTE POVERA E ALTRE IMPOSTURE di Dionisio di Francescantonio

La solitudine e la frustrazione sono stati inevitabili per il pittore o scultore rimasto fedele al figurativismo nel periodo della dittatura informale, concettuale, pop o dadaista che ci ha afflitto nei decenni scorsi. Fino a ieri non era nemmeno consentito polemizzare con la frattura che l’avvento dello sperimentalismo obbligato ha provocato con la tradizione dell’arte figurativa e con quel bagaglio inestimabile di tecniche e di esempi che essa ci aveva portato in dote. Da qualche tempo, però, qualcosa è cambiato. All’estero il mutamento si registra già da un pezzo, ma anche in Italia qualcuno ha cominciato a sostenere che aver azzerato il rapporto con la nostra grande tradizione è stato uno sbaglio e che il recupero della manualità del passato e il ritorno al figurativo sarebbe auspicabile e opportuno. Le acque, insomma, si sono mosse e un nuovo flusso ha cominciato a scorrere nello stagno morto dell’arte contemporanea.

Non che questo abbia prodotto una reazione a trecentosessanta gradi e l’abbandono generalizzato delle brutte abitudini, ma oggi, almeno, il pubblico più avveduto comincia a rendersi conto che lo sperimentalismo a oltranza imposto da una modernità intesa come rottura totale col passato si è rivelato un’avventura presuntuosa e velleitaria, priva di veri sbocchi creativi e per lo più finita nelle secche del nulla, del futile e dell’inutile, per non dire del brutto, del deprimente o addirittura del ripugnante. Tuttavia scalzare certe posizioni ormai acquisite non è facile. Complice la cecità, la tracotanza, il gusto di rivoltarsi nell’insulso e nella bruttura di certa critica e più in generale di quella fauna umana che ruota e prospera attorno al mondo dell’arte (soprattutto organizzatori di eventi artistici e amministratori pubblici e direttori di musei), le cosiddette superstar dell’arte contemporanea continuano ad ammannirci i loro oggetti astrusi, incomprensibili, talvolta ignobili, più spesso insignificanti ma sempre insopportabili. Malauguratamente quella parte di pubblico che prova insofferenza o disgusto davanti a questa paccottiglia insulsa è ancora in gran parte in condizione di inferiority complex di fronte ai saputelli di professione, cioè quei critici d’arte cresciuti nell’idea di un’arte intesa come negazione del bello e del significativo, così si trincera dietro il facile paravento dell’incompetenza e dell’incapacità a capire e giudicare l’arte moderna. Come sempre, è il coraggio che manca al pubblico (quell’ingrediente indispensabile che ti impedisce di accettare supinamente d’esser preso in giro e di subire per buono e per vero ciò che è cattivo e fasullo) e questa mancanza di coraggio fa sì che l’equivoco vada avanti e che certe amministrazioni pubbliche continuino a proporre allestimenti di oggetti sgradevoli e antiestetici, per di più a costi spropositati (bisognerebbe, se non altro, indignarsi e protestare almeno di fronte a questo spreco, perché si tratta sempre di denaro pubblico, ossia di soldi sottratti alle tasse che noi paghiamo). Prendiamo, tanto per fare un esempio, la così detta Arte Povera, quel surrogato del movimento Dada scoperto, o meglio inventato da Germano Celant, uno che proviene da Genova, città dove il peggio, almeno a partire dalla metà degli anni Settanta, sembra aver trovato un terreno privilegiato. In tempi non lontani questo signore ha concepito l’ennesima mostra di Arte Povera da tenersi in più città, presso sale di musei, di banche o di altri enti pubblici, e naturalmente a spese del contribuente. Ebbene, in che consiste questa “arte povera”? Si tratta di stracci ammonticchiati, bottigliette allineate, lastre d’acciaio o altri oggetti non più utili adunati in vario modo nello spazio ad essi destinato. E questo come si può chiamare se non come


una marchiana presa in giro? Tanto più che perfino il suo profeta, Celant, dichiara candidamente che questa non è arte, poiché l’arte “è finita… e basta con questa lagna…” E chiarisce ancor meglio il significato dell’arte povera allorché la definisce come “un monumento che tende alla decultura, alla repressione, al primario e al represso, allo stato prelogico e preiconografico, al comportamento elementare e spontaneo”. Siamo ad un passo dal ritorno nell’utero materno, insomma, quello che precede appena la condizione del succhiare, riposarsi nell’ebetudine o piangere per la fame e per altre molestie fisiche. 

C’è poi la così detta arte che, non avendo nulla da dire, ricorre allo choc, allo scandalo, alla trovatina provocatrice rivolta quasi sempre, guarda caso, alla religione cristiana (mai contro la musulmana, ben più intollerante e minacciosa), come la “rana crocefissa” del tedesco Martin Kippenberger, paladino della blasfemia insieme all’italiano Maurizio Cattelan, un vero e proprio guru della provocazione, costui, autore d’una figura riproducente Papa Wojtyla abbattuto da
un meteorite e d’un cavallo morto sul quale si erge la scritta “Inri”. Per non parlare delle invenzioni disgustose di Takeshi Murakami, un giapponese che allinea gigantesche figure femminili in stile manga che sprizzano latte dai seni, o di Tracey Emin, capace di esporre un letto sfatto con

lenzuola sporche su cui sparge preservativi e assorbenti usati. Questo è, insomma (e bisogna un po’ cominciare a dircelo con chiarezza), il risultato di tanti decenni di impostura e provocazione di certa avanguardia artistica. Tristan Tzara, intorno al 1915, all’inizio del dadaismo, era perfettamente consapevole del valore dei prodotti di questo movimento, nato unicamente per provocare e prendere in giro: “Si può parlare ancora di giudizio a proposito di produzioni gettate, per così dire, sulla pubblica piazza come rifiuti naturali sprovvisti di qualsiasi pretesa?” Marcel Duchamp è ancora più esplicito e strafottente: “Ho buttato loro in faccia in un gesto di sfida lo scolabottiglie e l’orinatoio e ora li venerano per la loro bellezza…” 

Vogliamo continuare così? Vogliamo che si continuino a promuovere queste esposizioni farsa ad uso e consumo d’una ristretta casta di curatori e critici con contorno di collezionisti privi di gusto e di intelligenza, desiderosi solo di buttar via denaro investendo nel brutto e nel fasullo? Esposizioni, va da sé, rispetto alle quali l’adesione del pubblico è superflua (anche se poi la spesa in pubblicità e promozione non è mai trascurabile), la qualità è guardata con sospetto e la serietà considerata ignominia.



lunedì 11 gennaio 2021

LA LEGGERA FORZA DEL DISEGNO mostra collettiva

Questa piccola mostra collettiva, realizzata da Voltar Pagina con il patrocinio e il contributo finanziario del MUNICIPIO 1 GENOVA CENTRO-EST, presso la sede di Domus Cultura, rappresenta la volontà di riprendere il promettente percorso iniziato ben dodici anni fa, quando presso la sala conferenze del Museo di Sant'Agostino, un gruppo di intellettuali presentò il progetto GENOVA, UNA CULLA PER LA RINASCITA DELLE ARTI (vedere settore Cultura, elenco Covegni). 

Per motivi riconducibili all'emergenza sanitaria, non è stato possibile organizzare una vernissage e neppure prevedere orari di apertura, ma si è fatto ricorso alla rete. Collegandosi a questo link è possibile vedere la mostra ed ascoltare le parole degli organizzatori e degli artisti.    https://youtu.be/LOTF1kON898

Nella Gallery alcuni disegni della mostra

Asini selvatici di Dionisio di Francescantonio

Ritratto di ragazza dai capelli corti di Dionisio di Francescantonio

Ritratto di bambino di Dionisio di Francescantonio 

Villa Pallavicini di Svevo Salvini

Villa Rostan di Svevo Salvini

Ritratto di giovane donna di Eralda Pitto 
 

Ritratto di donna con cappello di Eralda Pitto 

Studio di schiavo di Eralda Pitto
La donna serpente di Dionisio di Francescantonio 






venerdì 18 dicembre 2020

ARTICOLI

In questa Pagina trovano posto articoli di grande interesse suddivisi secondo l'argomento trattato.

ATTUALITA'

CONTRO LA FILOSOFIA DEL NULLA di Alberto Rosselli

NON PUO' ESSERE PIU' BUIO CHE A MEZZANOTTE di Roberto Pecchioli

IL VACCINO E' SICURO. LO DICE L'EMA di Rino Tartaglino 

DITTATURA DIGITALE, DITTATURA PERFETTA di Roberto Pecchioli

LA CRISI D'IDENTITA' DELL'OCCIDENTE di Dionisio di Francescantonio

CHI HA PAURA DI CRISTOFORO COLOMBO? di Mario Bozzi Sentieri

PASSATO PRESENTE FUTURO di Rosa Elisa Giangoia

C'E' UNA STRADA NEL BOSCO di Roberto Pecchioli

VERSO IL NUOVO ORDINE MONDIALE di Rino Tartaglino

L'INCOSCIENZA DI ZENO di Roberto Pecchioli

L'EUROPA ALLA DERIVA: QUANDO IL LAICISMO SI FA RELIGIONE di Alberto Rosselli 

JEFF BEZOS HA UN PIANO...  di Roberto Pecchioli

ALLA RICERCA DELL'UOMO PERDUTO NEL GRANDE RESET di Mario Bozzi Sentieri

L'INVERNO DEL NOSTRO SCONTENTO di Roberto Pecchioli

IL GLOBALISMO GRACILE di Roberto Pecchioli

L'ERA DEL PROCIONE, L'ANNO DEL CONIGLIO di Roberto Pecchioli

CE LA FAREMO AD USCIRE DALLA CRISI? di Rino Tartaglino

LA CANCELLAZIONE DELLA MEMORIA di Roberto Pecchioli

IMAGE. L'INNO DEL GLOBALISMO NICHILISTA HA 50 ANNI di Roberto Pecchioli

ARGOMENTI SOCIALI

IL COVID HA SMASCHERATO CHI HA DISTRUTTO LA SCUOLA di Suor Anna Monia Alfieri

FAMIGLIA: INGEGNERIA SOCIALE O BOMBARDAMENTO?  di Roberto Pecchioli

LA SFIDA DELLA SOLITUDINE di Mario Bozzi Sentieri 

STORIA

ISLAM E OCCIDENTE: DUE MODI DIVERSI DI CONCEPIRE LA VITA di Alberto Rosselli

AFFINITA' TRA COMUNISMO E NAZISMO di Dionisio di Francescantonio

LA DAMNATIO MEMORIAE di Roberto Pecchioli

L'UNIVERSO CONCENTRAZIONARIO DEI GULAG SOVIETICI di Dionisio di Francescantonio

LA SCIENZA AL SERVIZIO DELLA FEDE di Fabrizio Fratus 

L'ACCOGLIENZA DELLO STRANIERO SECONDO SAN TOMMASO D'AQUINO di Alberto Rosselli

ARTE

ARTE POVERA E ALTRE IMPOSTURE di Dionisio di Francescantonio